Le parole di Roberto Savi a “Belve” e la nuova inchiesta: “Depistaggi e omicidi su commissione”
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Redazione Interno
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La trasmissione “Belve Crime”, andata in onda nelle scorse ore, ha infranto un silenzio che durava da trentadue anni. Protagonista della chiacchierata con Francesca Fagnani è stato Roberto Savi, il capo (o meglio, uno dei vertici) della feroce banda della Uno Bianca, che tra il 1987 e il 1994 seminò terrore tra Emilia-Romagna e Marche con una scia di 24 omicidi e oltre cento feriti. L’ex agente, attualmente detenuto nel carcere di Bollate dove sconta l’ergastolo, ha rotto gli indugi parlando di “legami con i servizi segreti” e di omicidi eseguiti su commissione, gettando nuova luce – o forse nuova polvere – su una delle vicende più oscure della cronaca nera italiana.
Non aveva mai voluto rilasciare dichiarazioni a giornali o telecamere, Savi, ma questa volta ha fatto nomi e circostanze. Ha parlato in particolare dell’omicidio di Pietro Capolungo, l’ex carabiniere ucciso durante la rapina all’armeria di via Volturno a Bologna. Secondo la sua versione, quell’assalto non fu una semplice rapina andata male, ma un agguato su ordinazione. “Era un ex dei servizi particolari dell’Arma”, ha sostenuto Savi, lasciando intendere che ci fosse una regia occulta dietro quelle esecuzioni. Se cercate una ammissione di colpa o un moto di pentimento, però, non lo troverete: l’ex poliziotto ha piuttosto giustificato la ferocia della banda come un “lavoro” sporco svolto per conto di terzi.
La reazione della Procura e il fronte delle indagini
Quelle frasi, pronunciate in prima serata, non sono certo passate inosservate in Procura. I magistrati di Bologna, che da tempo (dal 2023, a seguito di un esposto dei familiari delle vittime) hanno riattivato il fascicolo per cercare eventuali complici ancora a piede libero, acquisiranno la registrazione integrale della trasmissione. L’intenzione è quella di mettere sotto torchio le affermazioni di Savi, verificandone la fondatezza. I pm, tra cui spicca il procuratore capo Paolo Guido, non hanno però fretta di correre al carcere di Bollate per un faccia a faccia: l’esperienza insegna che sia Roberto che i suoi fratelli, Fabio e Alberto, hanno una lunga carriera alle spalle fatta di mezze verità, ritrattazioni e depistaggi.
Che i depistaggi non siano mancati, del resto, è un dato che emerge con chiarezza dalle dichiarazioni di chi quei killer li inseguì davvero. Luciano Baglioni e Pietro Costanza, i due investigatori della questura di Rimini oggi in pensione che riuscirono a chiudere il cerchio nel lontano 1994, non hanno usato mezzi termini per bollare l’intervista. Contattati dalla stampa, hanno risposto con il consueto pragmatismo: “Roberto Savi non è cambiato, mente ancora”, hanno dichiarato, escludendo con decisione l’ombra di presunti “aiutini” ricevuti dai Servizi o da apparati esterni durante la loro inchiesta. “Nessuno ci aiutò”, ha ribadito Baglioni, stroncarendo sul nascere la teoria del complotto che l’ergastolano sembra voler alimentare per sminuire le proprie responsabilità.
La caccia ai complici e lo scenario giudiziario
Ma a Bologna, intanto, l’inchiesta prosegue su un binario parallelo e concreto, indifferenti alle insinuazioni televisive. Gli inquirenti stanno cercando di dare un volto e un nome a quelle figure rimaste nell’ombra che, secondo l’ipotesi accusatoria, supportarono i Savi. Non si parla solo di generici “uomini dei servizi”, ma di complici operativi, magari in divisa, che frequentavano l’armeria di via Volturno o che coprivano gli spostamenti della banda. Per farlo, gli investigatori si stanno avvalendo delle nuove tecnologie: software di intelligenza artificiale sono stati messi al lavoro per analizzare vecchi frame video sgranati e fotografie d’epoca, cercando di estrarre volti che la giustizia non ha mai raggiunto. Pare che le prime, parziali conferme siano già arrivate.
L’avvertimento e la posizione degli investigatori storici
L’avvocato Alessandro Gamberini, legale dell’associazione dei familiari delle vittime, ha interpretato le parole di Savi non come una ricerca di verità, ma come un vero e proprio “avvertimento”. “Una belva disumana”, è stata la definizione usata da chi ha perso i propri cari in quella stagione di lutto, con il sospetto che dietro la parvenza di una confessione si celi un messaggio chiaro e minaccioso per chi è ancora fuori. Ma se per i parenti delle vittime questa uscita mediatica rappresenta una ferita aperta, per chi ha firmato le indagini degli anni Novanta è solo l’ennesimo “giochino” di un uomo pieno di sé. “Ha avuto più di una possibilità per dire la verità in trent’anni, perché farlo ora in tv?”, si sono chiesti retoricamente Costanza e Baglioni, ricordando come le loro indagini non incontrarono mai quegli “intoppi” o quelle “protezioni” che Savi racconta oggi con finto distacco.




