Roberto Savi parla in tv e accusa i servizi segreti: “Con quell’uomo ce lo chiesero loro”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   BOLOGNA – Loro ammazzavano e facevano rapine, assaltavano banche e sparavano su chiunque capitasse a tiro. E i servizi segreti dei carabinieri li «proteggevano», in cambio di qualche «lavoro per loro». Lo scenario tracciato da Roberto Savi, ex poliziotto insieme al fratello Fabio a capo della banda della Uno bianca, è inquietante. Nell’intervista di Francesca Fagnani a “Belve Crime”, andata in onda sulla Rai, il settantaduenne detenuto nel carcere di Bollate ha rotto un silenzio che durava ormai da trentadue anni. Non lo ha fatto, però, nelle aule di un tribunale né davanti ai magistrati che da quattro anni conducono nuove indagini sui mandanti occulti del gruppo criminale, bensì davanti alle telecamere, nel salotto di un programma televisivo. Una scelta, la sua, che ha già scatenato la reazione indignata dei parenti delle vittime, i quali vedono in questa operazione mediatica più fumo che arrosto, o per meglio dire, l’ennesimo tentativo di gettare confusione su una vicenda che ha insanguinato l’Emilia-Romagna e le Marche tra il 1987 e il 1994.

L’omicidio su commissione e le rivelazioni choc

Il cuore della confessione – o della provocazione, a seconda dei punti di vista – ruota attorno all’assalto all’armeria di via Volturno, a Bologna, avvenuto il 2 maggio del 1991. In quell’occasione persero la vita la proprietaria, Licia Ansaloni, e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. «Ma va là, la rapina. Chi va a rapinare pistole? Noi ne avevamo già», ha dichiarato Savi con quella sprezzanza che non l’ha mai abbandonato, ammettendo di fatto che l’obiettivo reale non era il bottino. L’obiettivo – e lo sottolinea con un cenno del capo quando la giornalista glielo chiede esplicitamente – era eliminare proprio Capolungo. Perché? Secondo il racconto del “Corto” (questo il suo soprannome), la vittima faceva parte dei «servizi particolari dei carabinieri». Un dettaglio, questo, che per Savi giustificherebbe l’agguato: «C’era un insieme di cose intrallazzate», spiega, alludendo a un giro di armi e di informazioni che l’ex militare avrebbe scoperto o gestito.

E non solo. Savi ha aggiunto un tassello ulteriore, forse il più grave di tutti, affermando che quell’omicidio non fu un’iniziativa autonoma della banda. «Ci sono degli uffici particolari che hanno un apparato e noi eravamo di quelli che, delle volte, appunto, abbiamo fatto quel lavoro lì». Interrogato sul fatto se qualcuno avesse chiesto alla banda di fare fuori Pietro Capolungo, l’ex poliziotto ha annuito senza esitazione. Più in generale, parlando della lunga scia di impunità che permise al gruppo di accumulare ventiquattro omicidi e oltre cento azioni criminali, Savi ha raccontato di frequenti viaggi nella Capitale: «Tutte le settimane passavo due o tre giorni a Roma». E chi andava a incontrare? «I Servizi», ha risposto, seppur tra pause e silenzi, confermando una tesi che da anni aleggia sui misteri della Uno bianca: «Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».

La replica indignata dei familiari: “Palcoscenico sbagliato”

Se le dichiarazioni di Savi hanno riacceso i riflettori sui legami tra criminalità organizzata e apparati deviati dello Stato, la sua scelta di raccontare tutto in televisione ha provocato una dura reazione tra chi quella scia di sangue l’ha subita sulla propria pelle. Alberto Capolungo, figlio di Pietro e presidente dell’associazione che riunisce i parenti delle vittime, non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio sconcerto. «Se ha qualcosa di reale da dire – ha attaccato – dopo trentadue anni di totale silenzio, avrebbe ben altri a cui rivolgersi». Il riferimento è ovviamente alla Procura di Bologna, dove sono ancora in corso accertamenti su due diversi fascicoli riguardanti la banda. «C’è un’indagine in corso – prosegue Capolungo – e quindi qualcosa di serio andrebbe detto in quel contesto, non certamente in un palcoscenico televisivo».

I familiari, che non sono stati né avvisati della trasmissione né interpellati dalla redazione, parlano apertamente di “operazione sospetta” e, per quanto riguarda il caso specifico del padre, hanno bollato come “assolutamente falso” che Pietro Capolungo facesse parte dei servizi segreti. «Mio padre era in pensione – spiega il figlio – faceva l’orto dei pensionati a Castel Maggiore. Era quanto di più lontano possibile dai servizi. Savi sembra dire cose che ha letto sui giornali di terza mano». Da qui la richiesta, corale da parte dell’associazione, affinché l’ergastolano smetta di “fare spettacolo” con il dolore altrui e si rivolga invece agli inquirenti, se davvero intende contribuire a fare luce sugli anni di terrore.

L’acquisizione della Procura e il nodo delle “mezze verità”

Nonostante le polemiche, l’intervista avrà comunque un risvolto giudiziario. La Procura di Bologna, che da tempo indaga su chi garantiva la copertura alla banda oltre a Roberto e Fabio Savi, ha già disposto l’acquisizione ufficiale del filmato. I magistrati e gli investigatori del Ros, ora, si trovano di fronte a un bivio: da un lato hanno la possibilità di ascoltare nuovamente il detenuto per verificare se dietro le sue parole emergano finalmente elementi utili alle indagini, dall’altro devono fare i conti con la sua storica abitudine a ritrattare o a fermarsi a mezz’aria. Già nei primi interrogatori successivi all’arresto del 1994, del resto, Roberto Savi aveva accennato a contatti con ambienti istituzionali ed eversivi, salvo poi fare marcia indietro o tacere di fronte ai nomi.

E infatti, anche in questa occasione, quando Francesca Fagnani gli ha chiesto di scendere nei particolari su chi incontrasse esattamente a Roma, Savi ha opposto un lungo silenzio, concluso da un laconico «Lasciamo stare». Un muro di gomma che rischia di far apparire le sue rivelazioni come l’ennesima operazione autopromozionale o, peggio, come un tentativo di lanciare messaggi cifrati verso l’esterno. Di certo, i pubblici ministeri non hanno intenzione di ignorare le dichiarazioni. Anche solo per il fatto che l’ex poliziotto, parlando di “apparati” e di coperture investigative, ha fornito una versione diametralmente opposta a quella che lui e il fratello avevano sempre sostenuto in passato, quando giuravano che dietro la Uno bianca non c’era nulla, se non la targa e i fanali delle loro auto.

Meta Description: Roberto Savi accusa i servizi segreti alla tv: l’omicidio Capolungo fu commissionato. L’intervista finisce in Procura, ma i familiari insorgono.

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