La Procura riascolta Savi dopo l’intervista a “Belve”: l’ombra dei servizi e i messaggi nell’etere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Bastano poche anticipazioni per innescare la reazione degli uffici giudiziari, e il caso dell’armeria di via Volturno torna così a scricchiolare sotto i colpi di una verità che, ufficialmente, sembrava già scritta. A seguito della messa in onda dell’intervista di Roberto Savi a “Belve Crime”, la Procura di Bologna ha infatti disposto un nuovo atto investigativo: ascolterà nuovamente l’ex poliziotto, il “corto” che insieme al fratello Fabio guidava la sanguinaria Banda della Uno Bianca. Un esito ampiamente previsto, va detto, se si considera che già dalle clip promozionali della puntata emergeva una contraddizione netta con quanto stabilito dalle sentenze passate in giudicato.

Savi, in quella trasmissione condotta da Francesca Fagnani, ha ribaltato il movente di quel duplice omicidio consumato il 2 maggio 1991. Non si trattava di una rapina, ha asserito l’ergastolano, bensì di un omicidio su commissione; una scusa, per usare le sue parole, per “fare fuori” l’ex carabiniere Pietro Capolungo, che Savi definisce un ex dei servizi speciali dell’Arma. A ordinare il tutto, secondo la sua ricostruzione trent’anni dopo i fatti, sarebbero stati gli “apparati” – cioè i servizi – personaggi che, a suo dire, li hanno “aiutati” a non farsi prendere per poi, alla fine della storia, lasciarli cadere. L’effetto è stato immediato: i magistrati bolognesi, che già da tre anni hanno riaperto il fascicolo per fare luce sui possibili concorsi esterni in omicidio, acquisiranno il girato integrale per confrontarlo con le vecchie dichiarazioni.

Il dolore (e la rabbia) di un familiare: “Mi sono sentito sbeffeggiato”

A spezzare il silenzio della platea dei parenti delle vittime è Ludovico Mitilini, il cui fratello Mauro – giovane carabiniere – venne ucciso nella strage del Pilastro il 4 gennaio 1991. Mitilini non usa mezzi termini nel commentare l’esposizione mediatica di chi ha sparato a suo fratello, definendo l’operazione “pericolosa” e confessando di essersi sentito quasi preso in giro dalle battute iniziali di Savi. Ma ciò che più lo turba non è solo la messa in scena; è il dettaglio inquietante dei “messaggi subliminali”.

L’ex capo della banda, sostiene il fratello della vittima, ha lanciato segnali molto precisi attraverso lo schermo: frasi come “quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere e poi ci hanno fatto prendere” suonano come un avvertimento a qualcuno che, forse, è ancora fuori. Mitilini chiede che si faccia chiarezza su quell’arresto avvenuto nel ’94, perché secondo Savi non fu frutto di un’intuizione investigativa ma di una “consegna” pattuita. In questo senso, tira in ballo i nomi degli investigatori riminesi – il pm Daniele Paci, gli agenti Baglioni e Costanza – affinché chiariscano pubblicamente la loro versione, per evitare che l’infangatura di quei togati getti discredito su un lavoro che portò alla cattura dei responsabili.

Il filone delle “coperture” e i viaggi settimanali a Roma

L’asse portante della nuova inchiesta bolognese, alimentata dalle parole di Savi, ruota attorno al concetto di “protezione” da parte di soggetti estranei al mondo della malavita comune. L’ex poliziotto ha rivelato un’abitudine che all’epoca dei fatti risultava difficile da intercettare: la cadenza settimanale dei suoi viaggi nella Capitale. “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”, ha raccontato, indicando un modus operandi ben preciso. L’appuntamento era nei pressi dell’Altare della Patria, da dove poi si spostava per incontrare figure che non vengono nominate ma che lui definisce “non delinquenti”.

Per la Procura, queste dichiarazioni – seppur frammentarie e condite da quei silenzi che lo stesso Savi interrompe con un secco “lasciamo stare” – rappresentano un tassello da verificare. Non è la prima volta che l’ergastolano accenna a questi legami oscuri; lo aveva già fatto nel lontano 1995 in un interrogatorio, salvo poi ritrattare. Tuttavia, oggi il contesto è diverso: gli inquirenti dispongono di tecnologie investigative aggiornate (dall’analisi di vecchi tabulati all’intelligenza artificiale) e, soprattutto, dell’esposto presentato nel 2023 dai familiari, che insiste sulla presenza di un “terzo uomo” (o addirittura un “quarto”) in diverse azioni criminose, complici mai individuati che circolavano ancora a piede libero.

L’eco delle domande e il precedente Giletti-Baiardo

Guardando l’intervista, chi ha memoria degli ultimi anni non può fare a meno di istituire un parallelo con un altro momento di alta tensione giornalistica: il faccia a faccia tra Massimo Giletti e Salvatore Baiardo nel novembre del 2022. In entrambi i casi, ci si trova di fronte a primattori della cronaca nera che, per la prima volta o dopo decenni di silenzio, rilasciano dichiarazioni pubbliche che scardinano la narrazione ufficiale custodita nei faldoni processuali.

A differenza di altre stagioni del cosiddetto “giornalismo-spettacolo” dove talvolta è parsa evidente una certa compiacenza verso l’intervistato, la conduzione di Francesca Fagnani si è mantenuta algida, tesa a estrarre il succo senza giustificare l’uomo. Quel che conta, al netto della messa in scena televisiva, è l’effetto concreto: una riapertura di fatto del fuoco incrociato tra la verità ufficiale e i “diversi elementi” che Savi continua a gettare sul tavolo, a trentadue anni di distanza dal suo carcere. Resta da vedere se questi frammenti si riveleranno l’ennesimo tentativo di guadagnare visibilità o l’ago di una bussola che indica un’altra pista, ancora tutta da esplorare.

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