Uno bianca, il suicidio di Gugliotta e quelle ombre mai chiarite sulle coperture
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Redazione Interno
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Pietro Gugliotta si è portato via i suoi segreti, e con quelli – è inevitabile dirlo – un pezzo di verità che forse nessuno riuscirà più a ricostruire. L’ex componente della banda della Uno Bianca, quello che di quei gregari era considerato un elemento operativo più che un capo, si è tolto la vita lo scorso 8 gennaio in Friuli, dove viveva con la nuova moglie Anna, lontano dagli scenari riminesi che lo avevano visto protagonista di almeno tre rapine. La notizia, però, è trapelata solo nelle ultime ore, a distanza di settimane dall’accaduto, e questo alone temporale – fatto di silenzi e di rimandi inspiegabili – aggiunge già un primo, inquietante elemento di mistero a una vicenda giudiziaria che non ha mai smesso di mostrare crepe.
Il peso di un colloquio mai avvenuto e l’ombra della “Sezione”
L’avvocata Stefania Mannino, che lo seguì negli anni del carcere e poi nel difficile reinserimento, racconta con la voce spezzata un dettaglio destinato a diventare un rebus giudiziario: “Mi ha chiamato nel periodo natalizio, mi ha detto ‘Ti devo parlare’, ma voleva farlo di persona. Non abbiamo fatto in tempo a vederci”. Quel “ti devo parlare” resta ora sospeso, senza destinatario né risposta. E c’è di più: già nel 1996, durante un interrogatorio, Gugliotta aveva accennato all’esistenza di una “Sezione”, un livello superiore di copertura e organizzazione che Roberto Savi – uno dei due fratelli condannati all’ergastolo – gli avrebbe descritto in termini mai del tutto chiariti. Dettami che l’ex poliziotto non potrà più approfondire, né confermare né smentire.
Un suicidio a gennaio, una notizia che emerge solo ora
L’ex agente delle forze dell’ordine, poi diventato rapinatore, aveva scontato quattordici anni di reclusione per tre colpi messi a segno tra Rimini e Coriano, uscendo definitivamente dal circuito penale nel 2008. Da quel momento, almeno sulla carta, si era rifatto una vita: il trasferimento ad Arba, in provincia di Pordenone, la pensione raggiunta da poco, la nuova compagna accanto. Eppure, il gesto estremo – avvenuto più di due mesi fa – emerge solo ora, a pochi giorni dalla puntata di “Belve” che ha ridato voce televisiva a Roberto Savi. La concomitanza non è un fatto secondario, anche se nessuna prova la lega causalmente ai ripensamenti dell’ex gregario. Quello che colpisce, piuttosto, è lo scarto temporale: un suicidio a gennaio, una notizia pubblica a marzo.
“Preferivo vivo e collaborativo”: il dolore dei parenti delle vittime
Alberto Capolungo, presidente dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime della Uno Bianca, ha appreso il fatto poche ore prima di intervenire in Senato, alla presenza del presidente Sergio Mattarella, per la Giornata dedicata alle vittime del terrorismo. La sua reazione è secca e piena di un dolore che non cede alla retorica: “Lo preferivo vivo e collaborativo”. Poi aggiunge un dato che non suona come un dettaglio secondario: “La prima cosa strana è che si sia tolto la vita a gennaio, ma la notizia sia trapelata solo ora”. Il senso di un’occasione persa – per la giustizia, per la memoria, per i fatti – attraversa le sue parole senza bisogno di sottolineature. Gugliotta, condannato per tre rapine ma graziato dalla pena perpetua a differenza dei fratelli Savi e di Marino Occhipinti, era l’unico dei componenti minori della banda a poter ancora sciogliere alcuni nodi. Nodi che adesso, con ogni probabilità, resteranno annodati per sempre.




