La procura di Bologna indagherà sul suicidio di Gugliotta, ex della banda della Uno bianca

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Pietro Gugliotta, ex poliziotto e componente del commando che per anni terrorizzò Emilia-Romagna e Marche, continua a sollevare zone d’ombra che la magistratura bolognese ha deciso di non lasciare in sospeso. L’uomo, sessantacinquenne, si è impiccato a gennaio nella sua casa di Colle d’Arba, in provincia di Pordenone, una struttura che aveva da poco finito di ristrutturare. Da allora, il silenzio attorno al gesto è stato rotto solo da pochi, frammentari particolari: la salma – senza che fosse mai eseguita un’autopsia – è stata cremata, e così molti interrogativi sul perché un ex agente di polizia, già condannato per i suoi legami con la banda, abbia deciso di togliersi la vita.

L’inchiesta che riparte da un fascicolo friulano

La procura di Bologna, che da oltre tre anni conduce una nuova, complessa inchiesta sulle stragi della Uno bianca (24 i morti accertati tra il 1987 e il 1994, oltre un centinaio i feriti in 103 azioni criminali), ha ora deciso di acquisire gli atti del fascicolo aperto dal tribunale friulano sul suicidio. I magistrati – tra loro i pm Lucia Russo e Andrea De Feis – vogliono sentire il medico legale che aveva ispezionato il, ma anche l’attuale moglie di Gugliotta, Anna, e quanti, tra gli ex componenti della banda, potessero avere avuto contatti con lui nelle settimane precedenti alla morte. Nessun dettaglio sarà lasciato al caso, nemmeno quelli legati ai rilievi effettuati nella casa di Colle d’Arba.

L’ansia nelle ultime conversazioni e quel “devo parlarti con urgenza”

A rendere meno scontata l’ipotesi di un semplice, privato cedimento, sono alcune delle ultime tracce lasciate da Gugliotta. Nei messaggi scambiati con la sua avvocata, Stefania Mannino, emergono sorrisi e progetti di momenti sereni, quasi a contrasto con un’altra comunicazione – stavolta vocale – in cui il tono cambiava radicalmente: parole cariche di tensione, il racconto di paure, e quella richiesta angosciata di un incontro “urgente e di persona”. L’avvocata lo ha ripetuto più volte: “Non saprò mai cosa dovesse dirmi, e questo peso me lo porterò sempre dietro”. Una ansia che ora la procura cercherà di ricostruire senza fare sconti, ascoltando chiunque possa avere incrociato Gugliotta negli ultimi mesi di vita.

La tv, i parenti delle vittime e i vecchi complici della banda

Sullo sfondo, intanto, si muovono anche i familiari di chi perse la vita nei sanguinosi agguati della Uno bianca. L’attenzione è tornata alta dopo l’annuncio – e la successiva messa in onda – della partecipazione di Fabio Savi, altro ex membro del gruppo, a un programma televisivo: un fatto che ha riacceso il dolore di molte delle famiglie colpite. La procura bolognese non ha mai chiuso i dossier su quella stagione di terrore, e ora sentire i parenti delle vittime potrebbe fornire nuovi elementi anche sul clima che circondava, fino all’ultimo, chi aveva scelto di collaborare con la giustizia o, come nel caso di Gugliotta, di ritirarsi in un silenzio rotto solo da un gesto estremo.

Le zone grigie di una morte senza autopsia

L’assenza di un esame autoptico sulla salma – già cremata a poche settimane dal decesso – rappresenta un ostacolo oggettivo, ma non ha fermato l’iniziativa dei magistrati emiliani, che potranno comunque acquisire le relazioni del medico legale e interrogare chi per primo trovò il. Gugliotta, nato a Catania nel 1960, aveva scontato quattordici anni di reclusione prima di ritirarsi in Friuli. Perché abbia scelto quella casa, perché abbia aspettato così tanto per un gesto che nessuno dei suoi contatti aveva previsto, è ancora un rebus. La procura di Bologna, però, non ha mai creduto alle verità semplici, e stavolta intende vederci chiaro – anche a costo di riaprire ferite che la cremazione, forse troppo rapida, aveva cercato di chiudere per sempre.

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