Uno Bianca, il suicidio “silenzioso” del gregario Pietro Gugliotta e l’ombra della nuova inchiesta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Nessun biglietto, nessuna confessione postuma lasciata sulla scrivania di casa. Solo il rigore della Scientifica a certificare l’evidenza: è stato un gesto volontario, lucido nella sua disperazione, a chiudere i conti con la vita di Pietro Gugliotta. L’ex agente di polizia – che all’epoca dei fatti operava nella centrale operativa della questura di Bologna, un dettaglio non secondario che ne definiva il ruolo di “orecchio” della banda – è morto suicida nella sua abitazione di Colle d’Arba, in provincia di Pordenone, già lo scorso 8 gennaio. Eppure solo oggi, a distanza di mesi, quel silenzio si è rotto, sovrapponendosi inquietantemente al ritorno mediatico di Roberto Savi, l’ex leader dell’organizzazione che nei giorni scorsi ha riacceso i riflettori sulla scia di sangue lasciata dalla Uno Bianca tra l’Emilia Romagna e le Marche.
La morte in Friuli e il lungo silenzio stampa
Aveva 65 anni Gugliotta, condannato in via definitiva non per gli omicidi – che pure insanguinarono l’Italia con 24 morti e oltre cento feriti – ma per il supporto logistico fornito ai fratelli Savi e per alcune rapine nel Riminese. Scontò quattordici anni di detenzione nel carcere della Dozza, prima di essere rimesso in libertà nel lontano 2008. Da allora si era rifatto una vita lontano dai clamori, in Friuli, dove viveva con la seconda moglie, lavorando per una cooperativa impegnata nel reinserimento sociale di ex detenuti fino al raggiungimento della pensione, circa un anno fa. A render nota la vicenda solo nelle ultime ore sono state le ricostruzioni di *Repubblica* e del *Corriere della Sera*, a cui si aggiungono le verifiche dei carabinieri del Ris; questi ultimi hanno escluso il coinvolgimento di terzi, confermando la natura volontaria della morte per impiccagione.
Il peso della “seconda inchiesta” e l’intervista a Savi
Ciò che trasforma questo cronaca di periferia in un tassello centrale del giallo giudiziario è la tempistica. Gugliotta era perfettamente a conoscenza della riapertura del fascicolo da parte della procura di Bologna, un’indagine bis che cerca di fare luce su eventuali depistaggi, mandanti occultie presunte “coperture” esterne alla banda. Secondo quanto ricostruito, l’ex poliziotto aveva accennato più volte, nei colloqui privati, alla preoccupazione di ricevere una convocazione dai magistrati; eppure – come hanno confermato i suoi legali – nessun atto formale era mai giunto né a lui né al suo difensore. A scardinare l’oblio ci ha pensato proprio Roberto Savi, che in una lunga intervista a *Belve Crime* ha evocato, per la prima volta dopo decenni di silenzio, presunti appoggi nei servizi segreti e la natura “mirata” di alcuni agguati, dichiarazioni che hanno immediatamente riacceso l’attenzione mediatica e che sono state acquisite dagli inquirenti.
Il ruolo del “gregario” e la vita parallela dell’ex agente
Considerato una sorta di fiancheggiatore dei fratelli Savi, Pietro Gugliotta non imbracciò mai direttamente le armi. La sua “specialità” era un’altra, forse più subdola: in servizio alla questura di Bologna, utilizzava la sua posizione per monitorare le frequenze radio delle pattuglie, garantendo così la fuga ai complici dopo i raid. Fu assolto dalle accuse più gravi, tra cui un tentato omicidio e l’esplosione di un ordigno in un ufficio postale, ma la condanna a vent’anni (poi ridotta) per associazione a delinquere gli costò comunque un lungo periodo dietro le sbarre. Chi lo ha conosciuto in Friuli lo descrive come un uomo ormai dimesso, dedito al lavoro nella cooperativa e lontano parente della furia omicida della banda; un uomo che, secondo l’avvocata Stefania Mannino, ripeteva spesso di essere grato per la seconda possibilità che la vita gli aveva concesso.
Una scelta rimasta senza parole
Sull’atto estremo di Gugliotta pesa l’assenza di un messaggio di commiato. Nessuna lettera, nessuna spiegazione. La Polizia Scientifica ha effettuato i rilievi del caso, archiviando l’ipotesi di intervento esterno, ma lasciando aperta la domanda sul perché un uomo che sembrava aver trovato un fragile equilibrio in provincia di Pordenone abbia scelto di impiccarsi proprio mentre tornavano a essere interrogati i fantasmi degli anni Novanta. Viveva a Colle d’Arba, un borgo di poche anime, dove aveva da poco ristrutturato casa. Per i familiari e i vicini non c’era stato alcun segnale premonitore, nessun cenno di quel malessere che invece, forse, covava sotto la cenere di un passato troppo pesante da gestire in solitudine.




