Uno bianca, il suicidio di Gugliotta porta via le sue verità sulla ‘Sezione’

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Pietro Gugliotta si è portato via i suoi segreti. L’ex componente della banda della Uno Bianca, che lo scorso 8 gennaio si è tolto la vita nella sua abitazione in Friuli (dove viveva con la nuova moglie, dopo aver scontato la pena), non potrà più chiarire – né confermare né smentire – alcune delle affermazioni più ambigue emerse nel corso delle inchieste. Tra queste, spicca il racconto di quella “Sezione” di cui gli aveva parlato Roberto Savi, uno dei fratelli condannati all’ergastolo per la lunga scia di rapine e omicidi che segnò l’Italia tra gli anni Ottanta e Novanta. Gugliotta ne aveva fatto un accenno nel lontano 1996, durante un interrogatorio, senza però mai approfondire in modo definitivo. Il gesto, avvenuto ormai più di tre mesi fa ma reso noto solo ieri, riapre senza volerlo uno dei fronti più opachi della cronaca giudiziaria italiana.

L’uomo che aveva finito di scontare il suo debito con la giustizia

A differenza dei fratelli Savi e di Marino Occhipini – tutti condannati all’ergastolo per la loro parte nella strage di famiglia – Gugliotta aveva già chiuso il suo conto con la legge nel 2008, dopo quattordici anni di detenzione. Era stato giudicato per tre rapine commesse tra Rimini e Coriano, un ruolo certo, ma marginale rispetto al nucleo duro del gruppo: fu uno dei gregari, non un capo. La sua pena era terminata da più di un decennio quando ha deciso di togliersi la vita. L’ex poliziotto, che nel Friuli si era rifatto un’esistenza con Anna (la seconda moglie, raggiunta dopo il pensionamento), sembrava aver trovato una parvenza di normalità. Invece, il suicidio – avvenuto in silenzio, senza clamore – getta ombre che non troveranno più risposta.

Il rimpianto dell’avvocata: “Mi ha chiamato a Natale, voleva parlarmi di persona”

Stefania Mannino, l’avvocata che lo ha seguito in passato, racconta un dettaglio che ora le si è trasformato in un tormento. “Mi ha chiamato nel periodo natalizio – dice, con la voce ancora segnata dall’emozione –, mi ha detto: ‘Ti devo parlare’. Ma non voleva farlo al telefono, pretendeva un incontro dal vivo. Non abbiamo fatto in tempo a vederci”. Quella telefonata, ora, resta un interrogativo senza risposta: cosa voleva rivelare Gugliotta? Forse un’ulteriore verità sulla cosiddetta “Sezione”, forse un nome, forse una dinamica mai emersa negli atti processuali. La Mannino non si dà pace: “Mi resterà per sempre il dubbio, il tormento di non aver saputo”. Il fatto che lui, un ex appartenente alla banda, abbia cercato un confronto proprio nelle settimane precedenti al gesto, suggerisce una tensione inespressa che solo lui avrebbe potuto sciogliere.

Parenti delle vittime: “Lo volevamo vivo e collaborativo. Perché la morte emerge solo ora?”

La notizia del suicidio è trapelata a distanza di mesi, un dettaglio che non ha mancato di suscitare sconcerto. Alberto Capolungo, presidente dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime della Uno Bianca, ha appreso del fatto solo ieri mattina, poche ore prima di intervenire in Senato davanti al presidente Sergio Mattarella (in occasione della Giornata per le vittime del terrorismo). “Preferivo Gugliotta vivo e collaborativo – ha dichiarato senza mezzi termini –, la prima cosa strana è che si sia ucciso a gennaio ma la notizia sia trapelata soltanto adesso”. Per le famiglie che hanno perso i loro cari sotto i colpi della banda dei Savi, la morte di un ex gregario significa perdere un potenziale testimone. E il silenzio serbato per oltre tre mesi sulla sua fine non fa che alimentare l’amarezza di chi ancora cerca giustizia piena.

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