Festa del papà, quel legame speciale tra un padre e un figlio, tra devozione antica e nuovi significati
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è chi diventa padre in un istante preciso, quasi fosse folgorato sulla propria strada da una chiamata improvvisa, e chi invece quel ruolo se lo costruisce addosso giorno dopo giorno, con la pazienza dell’artigiano che Cesare Pavese, in un’altra vita, avrebbe forse paragonato a chi scolpisce nel tempo la propria opera. La storia che qui raccontiamo, in occasione di questa ricorrenza del 19 marzo che il calendario ci presenta come Festa del papà, appartiene proprio a questa seconda categoria: quella di un uomo, Marco R. (nome di fantasia, s’intende), settant’anni, pensionato, che vive con la moglie nell’hinterland di Bergamo, e che ha costruito il proprio essere genitore non tanto sul dato biologico, quanto sulla presenza. «Abbiamo una figlia, ormai grande», spiega lui, quasi a voler tracciare un confine netto con il resto della sua esistenza, ma è sul “poi” che la sua voce si fa più raccolta, più densa di quelle pause che, nel parlato di chi ha vissuto, valgono più di mille parole. Perché la paternità, quella vera, gli è arrivata addosso in un secondo momento, con l’incontro con un ragazzino, un “figlio speciale” – lo definisce lui stesso, usando quell’aggettivo con la naturalezza di chi non cerca commozione a tutti i costi – che ha scelto di crescere come suo, al di là di qualsiasi legame di sangue o di convenzione sociale. Non è una dichiarazione roboante, la sua, né vuole esserlo; è piuttosto il racconto di una quotidianità fatta di gesti ripetuti, di sveglie mattutine e di compiti controllati, di quella routine che, quando sei dentro, non ti sembra epica, ma che, a guardarla da fuori, ha la solidità granitica delle cose costruite con fatica.
Il 19 marzo e il paradosso del padre putativo: da San Giuseppe alla cronaca di oggi
Che la Festa del papà cada proprio oggi, nel giorno dedicato a San Giuseppe, non è una coincidenza priva di significato, anzi, affonda le proprie radici in una tradizione millenaria che la Chiesa cattolica ha contribuito a consolidare nel tempo, sebbene solo nel 1871, con Pio IX, si sia arrivati a una proclamazione ufficiale del santo come protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa universale. È il paradosso affascinante di questo falegname di Nazareth, uomo giusto – così lo definiscono i Vangeli – che accetta un ruolo complesso e per certi versi imbarazzante, quello di padre putativo di un figlio non suo, scegliendo la via della discrezione e della cura silenziosa piuttosto che quella del clamore o del ripudio, come invece avrebbe potuto fare secondo la legge del tempo. In questo senso, la figura di Giuseppe incarna un archetipo che va ben oltre la devozione religiosa, e che sembra quasi prefigurare quelle forme di paternità sociale o adottiva che, oggi come allora, si misurano con la difficoltà di essere genitori al di là del legame biologico. La ricorrenza, fino al 1977 considerata festiva anche agli effetti civili in Italia, mantiene intatto il suo valore simbolico in molti Paesi di tradizione cattolica, dalla Spagna al Portogallo, dalla Svizzera italiana a piccoli Stati come Andorra e San Marino, mentre nel resto del mondo le date si diversificano: negli Stati Uniti, ad esempio, dove pure la festa moderna ebbe origine per iniziativa di Sonora Smart Dodd nel 1910, si celebra la terza domenica di giugno, data poi adottata da numerose nazioni. Una differenza, questa, che non è solo formale, ma racconta di due modi diversi di interpretare la figura paterna: da un lato il richiamo alla sacralità e alla tradizione, dall’altro l’omaggio a un padre concreto, magari veterano o reduce, come nel caso del genitore della stessa Dodd.
Zeppole e falò: riti di una festa che attraversa la penisola
Se la figura di Giuseppe è il perno attorno a cui ruota la ricorrenza, le tradizioni culinarie e popolari che l’accompagnano ne rappresentano la declinazione più tangibile e gioiosa, quella che profuma di fritto e di crema pasticcera e che, da Nord a Sud, unisce l’Italia in un tripudio di ricette regionali. Le zeppole di San Giuseppe, con la loro pasta choux e quell’amarena candita che spicca come una macchia di colore sul bianco dello zucchero a velo, sono forse l’emblema più noto di questa festa, specialmente in area campana e laziale, ma la loro origine si perde in leggende antiche, alcune delle quali riconducono alla vendita ambulante di frittelle da parte del santo stesso durante la fuga in Egitto, mentre altre affondano addirittura nelle celebrazioni pagane delle Liberalia romane. Non è solo questione di dolci, però: in molte regioni, specialmente al Sud, la notte del 19 marzo si accendono grandi falò, i "Fuochi di San Giuseppe", che in luoghi come Itri nel Lazio o Mattinata in Puglia diventano occasione di ritrovo comunitario, spettacolo pirotecnico e, al contempo, rito propiziatorio che segna il passaggio dall’inverno alla primavera, un’usanza che fonde il sacro e il pagano in un connubio affascinante. In Sicilia, poi, la tradizione delle "Cene di San Giuseppe" trasforma la festa in un momento di solidarietà, con l’allestimento di altari e l’invito ai poveri che vanno a rappresentare la Sacra Famiglia, perpetuando un’usanza che parla di carità e di condivisione ben oltre il consumo del pasto.
La paternità che cambia: tra congedi brevi e desiderio di presenza
E mentre l’Italia sforna zeppole e accende falò, c’è un altro aspetto della paternità che emerge, più silenzioso ma altrettanto pressante, legato ai mutamenti sociali e alle sfide che i padri di oggi si trovano ad affrontare in un contesto completamente diverso da quello di una generazione fa. Il ruolo del padre è cambiato, e non potrebbe essere altrimenti: non più solo il breadwinner, colui che porta a casa il pane e rappresenta l’autorità indiscussa, ma una figura più complessa, chiamata a confrontarsi con la cura quotidiana, con l’educazione affettiva, con la presenza costante che i tempi moderni, per certi versi, richiedono in modo più esplicito che in passato. Tuttavia, a questa evoluzione culturale non sempre corrisponde un adeguamento delle strutture, a partire dal congedo di paternità che in Italia, sebbene migliorato rispetto ai soli tre giorni del 2012, si attesta oggi su dieci giorni obbligatori, un periodo ancora lontano dai cinque mesi garantiti alle madri e che, secondo recenti rilevazioni, spingerebbe molti padri a desiderare una maggiore flessibilità per essere accanto ai figli nei primi mesi di vita. È una contraddizione che i numeri rendono evidente: quasi diciannovemila padri con bambini piccoli hanno lasciato il lavoro per motivi familiari negli ultimi anni, segno di una tensione tra il desiderio di esserci e un sistema che, nei fatti, rende quella presenza un percorso a ostacoli. La festa di oggi, con i suoi regali e i suoi rituali, diventa allora anche un’occasione per riflettere su questo scollamento, su quanto sia ancora lunga la strada per una paternità pienamente riconosciuta e supportata, al di là degli abbracci e delle celebrazioni di un singolo giorno.




