Papa Francesco e Gaza, un legame oltre la guerra: le telefonate che hanno sostenuto la parrocchia della Sacra Famiglia
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Redazione Esteri
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"Ogni giorno, per un anno e mezzo, ci ha chiamati. L’ultima volta era Sabato Santo: voleva sapere come stavamo e ci assicurava le sue preghiere". A raccontare questo filo diretto, spezzato solo dalla morte, è padre Gabriel Romanelli, parroco argentino della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, che di quelle conversazioni – spesso avvenute mentre il Pontefice era ricoverato al Gemelli – conserva il ricordo nitido. L’ultima, in particolare, risale al pomeriggio del 30 marzo, mentre nella striscia assediata si preparava la veglia pasquale. "Erano le sette, e lui, come sempre, ci ha donato parole di conforto, la benedizione, la promessa di pregare per la pace".
Bergoglio, che mai aveva nascosto la propria angoscia per il conflitto, aveva eletto quella piccola comunità – dove cristiani e musulmani convivono da anni – a simbolo di una vicinanza concreta. Tanto che, nella parrocchia semidistrutta dai bombardamenti, una sua foto è rimasta intatta, quasi a voler osservare chi, nonostante tutto, continua a resistere. "Era amatissimo, non solo dai fedeli", sottolinea Romanelli, evidenziando come il Papa, persino nei momenti di maggiore difficoltà fisica, non abbia mai interrotto il contatto.




