Il piccolo Como sogna e sfida l’Inter: per il corteggiato Fabregas un esame di laurea
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Redazione Sport
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Non era mai accaduto, in tempi recenti, che un derby lombardo così carico di significato sportivo vedesse protagonista, accanto a un gigante, una squadra come il Como: i lariani, giunti alla tredicesima giornata di campionato, occupano il quinto posto in classifica e distano appena tre punti dall’Inter, terza a un solo lunghezza dalle due capolista. Quello che si giocherà domani allo stadio Giuseppe Meazza, dunque, rappresenta molto più di una semplice partita per la squadra allenata da Cesc Fabregas; costituisce, piuttosto, una sorta di esame di laurea, il banco di prova più autorevole in un percorso che, contro ogni pronostico, sta proiettando il club lariano verso le zone alte della graduatoria e, di conseguenza, verso la concreta possibilità di accedere alle coppe europee.
Il rifiuto dell’estate e la concentrazione sul presente
Fabregas, alla vigilia di questo confronto, ha affrontato i media con il suo consueto approccio, una miscela di pragmatismo e ambizione che caratterizza il suo lavoro in panchina. Ha preferito non indugiare su un retroscena che, nelle settimane scorse, ha fatto molto discutere: il corteggiamento da parte della dirigenza interista lo scorso giugno, dopo la partenza di Simone Inzaghi. Lo spagnolo, evitando ogni deriva nostalgica o ipotetica, ha categoricamente chiuso la porta a quel capitolo, definendolo persino doloroso e spiacevole da rivangare, per concentrarsi esclusivamente sulla sfida imminente. “Mi fa male, mi mangio tutti”, ha dichiarato, usando un’immagine forte per sottolineare come il suo unico pensiero sia il bene del Como, squadra che ha paragonato, per tenacia e capacità di essere molesta, alle “zanzare”.
I retroscena di mercato e il percorso di crescita
Proprio in quella stessa conferenza stampa, Fabregas ha svelato alcuni particolari inediti che legano, suo malgrado, le sorti del suo club a quelle dei nerazzurri. Ha rivelato, infatti, di essere stato molto vicino all’acquisto di due calciatori che, invece, hanno poi vestito la maglia dell’Inter. “Pensavo che Sucic sarebbe stato un nostro giocatore, era praticamente tutto fatto”, ha ammesso l’allenatore, lasciando intendere come quel trasferimento fosse dato per concluso. Un destino simile sarebbe toccato anche a Luis Henrique, altro obiettivo del Como finito poi nella rosa della squadra milanese. Queste confessioni non sono state presentate come lamentele, bensì come la testimonianza tangibile di un progetto ambizioso, capace di identificare talenti desiderati anche dai grandi club, nonostante le inevitabili differenze di potenza economica e di appeal.
L’identità della squadra e il rispetto per l’avversario
Il tecnico, rispondendo anche a osservazioni esterne come quelle di Fabio Capello, ha ribadito con fermezza i principi del suo lavoro. Pur dichiarandosi “non un anarchico” e mostrando apertura verso evoluzioni tattiche – come l’eventuale adozione di una difesa a quattro –, Fabregas ha tenuto a sottolineare la necessità di mantenere una chiara identità di gioco. Davanti a un avversario ritenuto tra i più solidi e organizzati del continente, il suo discorso ha oscillato tra il massimo rispetto, dovuto alla forza dell’Inter, e la totale assenza di soggezione o di intenti rinunciatari. L’obiettivo, ha trasmesso, non è solo partecipare a un evento mediatico, ma competere con la propria filosofia, consapevoli del divario ma anche del percorso di crescita intrapreso, che nessuna sconfitta potrebbe sminuire.




