Bill Gates avverte sui rischi dell’IA: il kill switch non basta
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Redazione Esteri
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Un semplice interruttore di emergenza non basta a contenere i rischi dell’IA, perché la minaccia più immediata non arriva da macchine capaci di ribellarsi autonomamente agli esseri umani, ma dall’impiego di sistemi sempre più potenti da parte di persone con intenzioni criminali. Bill Gates ha indicato questa distinzione durante l’intervista trasmessa il 27 settembre da Meet the Press della NBC, spostando l’attenzione dal cosiddetto “kill switch” alla necessità di controllare concretamente come vengono utilizzati i modelli più avanzati.
Il rischio di attacchi con conseguenze enormi
Il cofondatore di Microsoft ha descritto uno scenario estremo per rendere evidente la dimensione del pericolo. L’intelligenza artificiale, ha spiegato, è abbastanza potente da contribuire a eventi capaci di provocare vittime nell’ordine del miliardo. Il punto centrale del suo ragionamento riguarda la combinazione tra capacità tecnologiche sempre maggiori e individui o gruppi intenzionati a utilizzarle per scopi distruttivi: secondo Gates non è mai esistito uno strumento paragonabile, per potenziale offensivo, all’accesso di soggetti malintenzionati ai più recenti strumenti di IA.
Tra i rischi immediati indicati durante l’intervista figurano attacchi informatici, manipolazioni dei sistemi finanziari, operazioni contro reti elettriche e infrastrutture sanitarie e l’impiego dell’intelligenza artificiale per facilitare minacce biologiche. Sistemi sofisticati possono infatti aumentare le capacità operative di gruppi relativamente piccoli, permettendo loro di affrontare attività che in passato avrebbero richiesto risorse molto più grandi. È questo uso umano della tecnologia, più che l’ipotesi di una macchina già capace di impossessarsi autonomamente di computer e sottrarsi allo spegnimento, che viene indicato come il pericolo attuale.
Perché spegnere un sistema non risolve il problema
Il dibattito sul kill switch parte dall’idea di mantenere una capacità tecnica di rallentare, sospendere o disattivare sistemi avanzati quando mostrano comportamenti pericolosi. Per Gates una simile precauzione può avere una funzione, ma non impedisce un abuso già compiuto da chi utilizza deliberatamente l’IA per produrre danni. La questione diventa quindi individuare l’attività pericolosa mentre avviene, conservare informazioni sulle operazioni effettuate e predisporre strumenti capaci di distinguere applicazioni legittime da utilizzi dannosi.
Questa distinzione è particolarmente importante quando le stesse capacità tecniche possono avere finalità opposte. Uno strumento impiegato per progettare nuovi medicinali può utilizzare conoscenze e procedure che, nelle mani sbagliate, assumono una funzione completamente diversa. Per questo il controllo non può essere ridotto al pulsante con cui arrestare un modello: servono salvaguardie incorporate nei sistemi e capacità di monitoraggio che permettano di ricostruire ciò che viene fatto attraverso strumenti particolarmente potenti.
Il ragionamento porta direttamente al tema delle regole. L’ex numero uno di Microsoft considera insufficiente l’autoregolamentazione delle aziende e chiede il coinvolgimento delle autorità pubbliche e delle forze dell’ordine nella definizione delle misure di sicurezza. L’introduzione di obblighi di controllo comporterebbe costi aggiuntivi per il settore, ma nella sua valutazione non richiederebbe necessariamente un arresto generale dello sviluppo tecnologico. La proposta è piuttosto quella di rendere obbligatorie determinate protezioni per i sistemi avanzati, accompagnandole con strumenti che consentano di registrarne e verificarne l’impiego.
Gli allarmi arrivano anche dall’interno delle aziende
Le dichiarazioni arrivano mentre la discussione sulla sicurezza si è intensificata anche tra ricercatori direttamente coinvolti nello sviluppo dei modelli. Jacob Coxon, dopo aver lasciato Anthropic, ha scritto sui social che chi costruisce questi sistemi considera seriamente possibile uno scenario nel quale l’intelligenza artificiale possa provocare la scomparsa dell’umanità entro la fine del decennio. L’ex ricercatore, che aveva lavorato anche in OpenAI, ha precisato che a suo giudizio non si tratta di una strategia di marketing, sostenendo che timori ancora più netti vengono espressi privatamente nel settore.
La discussione si è estesa ai vertici delle società impegnate nella corsa ai modelli più avanzati. Dario Amodei ha chiesto di rallentare il ritmo dello sviluppo per concedere alle misure di sicurezza il tempo necessario a recuperare terreno rispetto alla crescita delle capacità dei sistemi. L’intervento ha portato allo scoperto una tensione fondamentale dell’industria: le imprese investono risorse enormi per sviluppare tecnologie sempre più sofisticate mentre una parte degli stessi protagonisti sostiene che i meccanismi destinati a controllarle non stiano procedendo alla stessa velocità.
Gli allarmi hanno avuto anche un riflesso sui mercati finanziari, dove gli investitori hanno iniziato a interrogarsi sugli effetti economici di un eventuale rallentamento della corsa all’intelligenza artificiale. Una frenata potrebbe incidere soprattutto sulle società legate alla costruzione dell’infrastruttura necessaria ai modelli, dai semiconduttori ai data center, mentre per i grandi gruppi tecnologici cambierebbe il ritmo degli investimenti richiesti per aumentare continuamente la capacità di calcolo. Il confronto sulla sicurezza si è così sovrapposto a quello sui capitali impiegati nel settore e sulle conseguenze finanziarie di regole più severe o di una crescita tecnologica meno rapida.
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