Assalto al portavalori nel Brindisino, l’interrogatorio dei due foggiani e la caccia agli altri componenti del commando
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Redazione Interno
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Si terrà dinanzi al giudice per le indagini preliminari Tea Verderosa, la stessa magistrata che nei mesi scorsi si è occupata di altre vicende criminali nel Salento tra cui l’omicidio dell’agricoltore Sebastiano Danieli a Galatone, l’udienza di convalida del fermo per Giuseppe Iannelli e Giuseppe Russo, i due pugliesi di Foggia bloccati dai carabinieri nelle campagne tra Squinzano e Trepuzzi al termine di una fuga durata alcuni chilometri e costellata da colpi d’arma da fuoco. Il pubblico ministero Alessandro Prontera, lo stesso che coordina anche delicate inchieste su presunte infiltrazioni imprenditoriali nel capoluogo barocco, ha firmato il decreto di fermo ipotizzando a vario Titolo, e con l’aggravante del metodo mafioso, i reati di tentato omicidio, rapina pluriaggravata, detenzione e porto di armi da guerra – tra cui i kalashnikov effettivamente utilizzati durante l’azione – nonché danneggiamento seguito da incendio e ricettazione. Il colpo, pianificato nei minimi particolari tanto da prevedere l’utilizzo di un tir dato alle fiamme per ostruire la carreggiata della statale 613 all’altezza dello svincolo per Torchiarolo e l’impiego di esplosivo per aprire il portellone del blindato della Battistolli Spa, avrebbe dovuto consegnare al commando la somma esatta di 5.904.436 euro, denaro contante destinato al caveau della Banca d’Italia di Lecce e partito dalla sede brindisina dell’istituto di vigilanza.
Gli elementi raccolti dagli investigatori, e che costituiscono l’impianto accusatorio su cui la Procura chiederà la convalida, non si limitano alla riconducibilità fisica dei due fermati al teatro dell’assalto. Vi è innanzitutto un frammento balistico, un pallettone conficcato nella carrozzeria della gazzella dell’Arma, all’altezza del parabrezza lato guida; quel proiettile, sparato verosimilmente durante il conflitto a fuoco ingaggiato dai malviventi per coprire la ritirata, è alla base della contestazione più grave, quella di tentato omicidio nei confronti dei militari. Vi è poi un berretto, ben visibile nelle riprese amatoriali che hanno rapidamente fatto il giro del web e che ritraggono la fase immediatamente successiva alla deflagrazione: il copricapo, secondo quanto verbalizzato nel decreto di fermo, corrisponderebbe a quello indossato da uno dei due indagati. A questi riscontri si aggiunge il rinvenimento della Jeep Compass, rubata a Barletta circa dieci giorni prima del blitz e utilizzata per la fuga, occultata maldestramente sotto fronte d’ulivo e localizzata dall’elicottero del reparto volo di Lecce.
Il ruolo della mafia foggiana e il supporto logistico della Sacra Corona Unita
La direzione distrettuale antimafia, che ha assunto il coordinamento delle indagini sin dalle prime battute, ritiene di poter iscrivere l’operato del commando nell’alveo delle strategie tipiche della criminalità organizzata di Capitanata, una firma paramilitare ormai riconoscibile non soltanto nel territorio nazionale ma anche, secondo alcune ricostruzioni investigative, in scenari europei dove gruppi foggiani hanno esportato know-how in fatto di esplosivi e assalti ai portavalori. Nel decreto di fermo si legge testualmente che le modalità esecutive, la brutale determinazione nell’uso di armi da guerra in piena fascia oraria di punta – le otto del mattino – e la direzione dei colpi d’arma da fuoco proprio contro le divise, integrano condotte finalizzate a generare assoggettamento e omertà nel tessuto sociale. Non solo: gli inquirenti ipotizzano che l’intera operazione non avrebbe potuto realizzarsi senza un consolidato supporto logistico offerto da soggetti riconducibili alla Sacra Corona Unita, un asse Brindisi-Lecce che avrebbe garantito basi sicure, ricovero per i mezzi e verosimilmente coperture per la successiva fase di dileguamento.
L’arsenale mancante e la fuga dell’Alfa Romeo Stelvio
Se Iannelli, 39 anni, e Russo, 62 anni – entrambi con piccoli precedenti per furto e danneggiamento, definiti da qualche cronaca locale come privi di specifici trascorsi in materia di armi – si trovano ora nel carcere di Lecce a disposizione dell’autorità giudiziaria, il nucleo operativo del commando risulta ancora sostanzialmente intatto. Le immagini registrate dai testimoni e dai sistemi di videosorveglianza della superstrada restituiscono un gruppo composto da un numero variabile tra le sei e le dieci unità; diverse autovetture, alcune delle quali mimetizzate con i colori e i lampeggianti delle forze di polizia per ingannare i vigilanti, sono state impiegate sia nella fase di assalto sia in quella della fuga. Di queste, una è stata abbandonata e recuperata, una seconda è finita occultata tra gli ulivi e una terza, una Alfa Romeo Stelvio, è riuscita a far perdere le proprie tracce secondo il piano prestabilito. Su quel veicolo, al momento non rintracciato, si sarebbe consumato il trasporto dell’intero arsenale: i fucili mitragliatori kalashnikov, dei quali si sono perse le tracce, non sono stati infatti rinvenuti all’interno del borsone abbandonato dai fuggitivi, borsone che conteneva invece passamontagna, maschere, un inibitore di frequenze – il cosiddetto jammer – e piccole cariche esplosive accessorie.
Il racconto dei carabinieri e lo spavento degli automobilisti
Tra gli atti depositati dalla Procura figurano anche le testimonianze dei militari che hanno preso parte all’inseguimento, un percorso ad altissima velocità che da San Pietro Vernotico si è snodato fino all’entroterra leccese. Il brigadiere in servizio alla stazione di Cellino San Marco ha riferito di aver ingaggiato la vettura sospetta e di aver proseguito la corsa nonostante i primi colpi d’arma da fuoco esplosi contro la gazzella; un secondo proiettile ha centrato il parabrezza, scheggiandolo ma senza ferire gli occupanti. La decisione di desistere dal contatto visivo diretto è maturata quando l’inseguimento si è trasferito all’interno del centro abitato di Campi Salentina, area in cui, nelle vicinanze, erano presenti gruppi scolastici. Un altro sottufficiale, fuori servizio al momento dell’assalto e diretto verso Brindisi, si è lanciato ugualmente all’inseguimento con la propria autovettura privata dopo aver messo in sicurezza alcuni automobilisti: nel corso della fuga è stato speronato due volte da una macchina di supporto, verosimilmente un’altra delle auto in dotazione alla banda. Nel frattempo una giovane studentessa, diretta all’università per sostenere un esame, era stata rapinata della propria Jeep Renegade sotto la minaccia delle armi: il veicolo è stato successivamente recuperato, ma la ragazza, ancora in stato di shock nelle ore immediatamente successive, ha formalizzato denuncia.




