Produzione industriale, il 2025 si chiude con un -0,2% trainato dall’energia e la coda lunga di un triennio in flessione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’Istat ha consegnato i numeri definitivi del consuntivo annuale e il quadro, pur con qualche recupero localizzato nell’ultima parte dell’arco temporale preso in esame, rivela la persistenza di una dinamica produttiva che gli analisti definiscono ormai strutturalmente debole. L’indice generale della produzione industriale, calcolato al netto degli effetti di calendario – e si contano venti giorni lavorativi a dicembre, come un anno prima – registra per il 2025 una contrazione media dello 0,2 per cento rispetto al 2024, un dato che, se isolato, potrebbe apparire come una sostanziale tenuta, ma che acquista il suo vero significato solo se collocato nella serie storica degli ultimi tre esercizi -1-2.
Il peso di questo ennesimo arretramento percentuale, per quanto lieve nella sua entità puntuale, va infatti sommato al -4 per cento del 2024 e al -2 del 2023, cosicché la parabola discendente delinea quella che le associazioni della tutela dei consumatori – nel commentare le rilevazioni – hanno definito senza mezzi termini come una discesa prolungata e ininterrotta da tre anni a questa parte -1. A dicembre l’indice destagionalizzato segna uno 0,4 per cento in meno rispetto al mese precedente, flessione che colpisce in particolar modo i beni di consumo, i quali arretrano dello 0,9 per cento, e i beni intermedi, in calo dello 0,4 per cento; dall’altra parte del fronte, l’energia – con un +1,2 per cento – e i beni strumentali – con un +0,5 per cento – provano a contenere la battuta d’arresto mensile, senza tuttavia riuscire a invertire una tendenza che appare radicata -1-2.
Se si sposta lo sguardo dalla fotografia del singolo mese alla media del quarto trimestre, il segno cambia e restituisce un timido segnale di recupero: tra ottobre e dicembre la produzione segna un +0,9 per cento rispetto ai tre mesi estivi, recupero che, per quanto confortante, si innesta su un terzo trimestre che l’Istat stesso aveva descritto come negativo -1-6. Nell’analisi dei singoli comparti merceologici le differenze diventano marcature profonde, quasi spaccature. La produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici vola a +23,8 per cento su base annua, trainando la classifica dei settori in salute, seguita dalle altre industrie manifatturiere a +9,3 per cento e dalla metallurgia con la fabbricazione di prodotti in metallo a +7,4 per cento; all’opposto, il tessile – insieme all’abbigliamento, alle pelli e agli accessori – precipita del 3,4 per cento, la chimica del 3,6 per cento, il legno-carta-stampa del 2,9 per cento -1-2.
L’automotive e il paradosso di dicembre tra volumi annui da annus horribilis e rimbalzi tecnici
È il settore dei mezzi di trasporto, e al suo interno la filiera dell’automotive, a mostrare il volto più tormentato di questa fase. I dati elaborati dall’Anfia certificano per il 2025 un crollo della produzione di autoveicoli che sfiora il venti per cento: 238.000 vetture assemblate, un meno 19,8 per cento rispetto al già difficile 2024, e il totale degli autoveicoli – inclusi quindi anche veicoli commerciali e industriali – scende a 474.000 unità, stessa identica flessione percentuale -8. A dicembre, però, l’indice settoriale inverte il segno e schizza a +13,5 per cento sul dicembre dell’anno precedente, con un rimbalzo particolarmente vistoso nella sola fabbricazione di autoveicoli, che segna un +35,3 per cento rispetto a novembre: il dato, spiegano gli stessi costruttori, scomputa il confronto con un dicembre 2024 che aveva fatto registrare volumi particolarmente esigui, preludio com’era di un esercizio poi rivelatosi critico -8.
Il fatturato industriale già in flessione a ottobre e la tenuta del terziario
Sul versante del fatturato, l’Istat aveva fornito già a dicembre – con riferimento al mese di ottobre – un’indicazione che allineava il ciclo delle vendite a quello della produzione. Al netto della stagionalità, il fatturato dell’industria segnava a ottobre una flessione dello 0,5 per cento in valore rispetto a settembre, trainato verso il basso dalla componente estera, calata dell’1,3 per cento in valore e dell’1,0 in volume, e dalla flessione marcata dei beni strumentali, scesi dell’1,8 per cento -3-9. I servizi, pur accusando anch’essi una contrazione congiunturale dello 0,5 per cento in valore, mantenevano una dinamica di fondo più solida, sorretti da altri comparti del terziario che crescevano del 3,8 per cento su base annua: il turismo, in particolare, chiudeva l’anno con presenze complessive vicine a 477 milioni, un record trainato per larga parte dalla componente straniera, cresciuta del venti per cento rispetto al periodo pre-pandemico -7-9.
Le ragioni strutturali della debolezza manifatturiera secondo le rilevazioni europee
Le indagini condotte a livello continentale, e in particolare l’Eurochambres Economic Survey 2026, avevano del resto anticipato già nei mesi autunnali il perdurare di vincoli pesanti per il sistema produttivo italiano, allineato alla media Ue ma gravato da specificità che rendono più lenta l’emersione dalla fase di bassa pressione -4. Tra gli ostacoli alla competitività segnalati dalle imprese italiane intervistate, il costo del lavoro si colloca al primo posto, seguito immediatamente dagli oneri regolamentari e burocratici – il cui peso percepito è aumentato rispetto all’anno precedente – e dalla difficoltà di reperire competenze adeguate alle transizioni digitale ed energetica; tre fattori che, combinandosi, deprimono la propensione agli investimenti e comprimono i margini operativi, in uno scenario in cui l’inflazione più moderata non è ancora riuscita a tradursi in un autentico rilancio della domanda interna -4.




