Piazza Affari affonda, Nexi crolla ma Campari vola. Il petrolio corre verso gli 84 dollari
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Redazione Economia
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La seduta di ieri a Piazza Affari si è chiusa con il segno pesantemente negativo, un andamento che ha visto l'indice Ftse Mib arretrare fino a quota 44.608,55 punti, traducendosi in un calo percentuale dell'1,61 per cento. Un risultato, questo, che allinea il listino milanese al clima di avversione al rischio diffusosi sulle principali piazze finanziarie del Vecchio Continente, dove le vendite hanno preso il sopravvento fin dalle prime battute dello scambio. A incidere sugli umori degli investitori, naturalmente, è la situazione di estrema tensione geopolitica che si è venuta a creare in Medio Oriente, con il conflitto che è entrato nel suo settimo giorno senza che si intravedano spiragli per una soluzione diplomatica; anzi, le ostilità, lungi dall'attenuarsi, sembrano estendersi a macchia d'olio, coinvolgendo nuovi attori e teatri.
In questo quadro di forte incertezza, l'andamento dei singoli titoli ha offerto spunti di riflessione contrastanti. Se da un lato, infatti, si è assistito al tonfo di colossi come Nexi, che ha lasciato sul terreno ben il 16,63 per cento del proprio valore, con le azioni scese sotto la soglia psicologica dei tre euro, a 2,822 euro per la precisione, dall'altro si è materializzato il balzo inaspettato di Campari, balzata del 9,96 per cento a 6,538 euro. Un risultato che appare in controtendenza rispetto alla media del listino e che ha stupito gli analisti, i quali faticano a ricondurlo a motivazioni legate ai fondamentali della società o a notizie di specifiche strategie industriali. Per Nexi, invece, le ragioni del tracollo sembrano più chiare e risiedono, come spesso accade in questi casi, nella reazione del mercato al nuovo piano industriale presentato dal gruppo, un piano che ha deluso le attese, in particolare per la mancata previsione di un programma di riacquisto di azioni proprie, una mossa che molti investitori, specie quelli di matrice anglosassone, attendevano con fiducia.
Il caro-energia dettato dalle armi
Ma il vero protagonista della giornata, ancora una volta, è stato il mercato delle materie prime, con il petrolio e il gas che continuano a dettare l'agenda e a influenzare le aspettative sull'inflazione futura. Il Brent, dopo una seduta di leggero respiro, ha ripreso la sua corsa, toccando quota 84 dollari e mezzo al barile, con un balzo percentuale che si avvicina al quattro per cento nell'arco di poche ore e che, su base settimanale, si attesta attorno a un impressionante +20 per cento. Parallelamente, il gas naturale ha subito un'accelerazione analoga, quotando ad Amsterdam intorno ai 50 euro al megawattora, un livello che rappresenta un incremento del 56 per cento in una sola settimana.
Questa impennata dei prezzi energetici è la diretta conseguenza dell'attacco rivendicato dai Pasdaran iraniani contro una petroliera battente bandiera statunitense nel Golfo, un'azione che ha riacceso i timori per la sicurezza delle rotte commerciali in quell'area strategica. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di Gnl, è di fatto diventato un teatro di operazioni belliche, con centinaia di navi ferme in attesa e la quasi totalità del traffico in entrata e in uscita bloccato. Il timore, concreto e immediato, è che l'offerta globale di greggio possa subire contrazioni improvvise e drammatiche, in un contesto in cui le scorte, sia in Europa che negli Stati Uniti, mostrano già segni di flessione.
Le banche centrali e lo spettro della stagflazione
Uno scenario del genere, come è facile intuire, complica non poco le strategie delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve americana e dalla Banca Centrale Europea. L'aumento dei costi energetici, infatti, si traduce in una pressione inflazionistica che arriva in un momento già delicato, con l'economia reale che mostra segni di rallentamento. I rendimenti dei titoli di Stato, intanto, si muovono su livelli che riflettono l'incertezza: il Treasury Usa a dieci anni si stabilizza al 4,14%, un valore che attrae capitali ma che, al contempo, rende più oneroso il finanziamento del debito per imprese e famiglie. In questo clima, alcuni titoli considerati rifugio, come l'oro, hanno ripreso a salire, superando quota 5.100 dollari l'oncia, a riprova di una fuga degli investitori verso porti considerati più sicuri.
I pochi rialzi e i segnali dall'azionario
Nonostante il clima generale sia stato pesantemente negativo, non sono mancati alcuni segnali isolati di forza. Oltre al già citato exploit di Campari, hanno chiuso in territorio positivo STMicroelectronics, con un rialzo del 2,99 per cento a 28,585 euro, un Titolo che risente meno delle tensioni geopolitiche e che anzi beneficia della domanda strutturale nel settore dei semiconduttori. Bene anche Snam, che ha guadagnato l'1,57 per cento, e Lottomatica Group, in rialzo dell'1,40 per cento, a dimostrazione di come, anche in giornate di forte turbolenza, vi siano comparti che riescono a mantenere una loro tenuta. Sul fronte opposto, oltre al tracollo di Nexi, si segnalano le pesanti perdite di Amplifon, scesa del 13,20 per cento, e di Leonardo, che ha ceduto oltre sei punti percentuali, trascinata al ribasso dai timori legati a un possibile inasprimento del conflitto e alle sue ricadute sui bilanci della difesa.
L'avvio della seduta odierna, con le borse europee previste in netto calo e i future di Wall Street incerti, non lascia presagire nulla di buono. La mancanza di segnali concreti di distensione in Medio Oriente e la spirale dei prezzi delle materie prime continueranno a tenere banco, condizionando le scelte degli investitori e mantenendo alta la volatilità su tutti i mercati.




