George Prokopiou, l’armatore greco che sfida il blocco nello stretto di Hormuz

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre lo stretto di Hormuz, questo sottile braccio di mare dal quale transita circa il 20% del petrolio mondiale, è stato dichiarato zona di operazioni belliche con un conseguente blocco di fatto che tiene in scacco circa mille navi -3, c’è chi quel passaggio ha deciso di forzarlo ugualmente. L’armatore ellenico George Prokopiou, settantanovenne patriarca del shipping mondiale, ha compiuto quella che il Wall Street Journal non ha esitato a definire “una delle mosse più audaci” della sua lunga carriera, inviando almeno cinque petroliere della sua compagnia, la Dynacom Tankers, dritte in mezzo alla tempesta. Una decisione che sa di sfida, presa in un contesto dove i Pasdaran iraniani, che controllano le acque, avevano promesso che avrebbero dato alle fiamme qualsiasi imbarcazione nemica. Ma Prokopiou, che ama ripetere un motto apparentemente paradossale per uno che ha costruito un impero sui mari – “se non vuoi rischi, compra titoli di Stato americani” –, sembra averla interpretata come una questione di ordinaria amministrazione, o forse di straordinaria opportunità.

Dietro questa operazione, che sa di incursione piratesca più che di routine commerciale, c’è una strategia tanto semplice quanto pericolosa. Per eludere la sorveglianza dei militari iraniani e ridurre al minimo le possibilità di essere presi di mira, gli equipaggi delle navi di Prokopiou avrebbero ricevuto l’ordine di disattivare i transponder, quei dispositivi che trasmettono la posizione delle imbarcazioni rendendole visibili sui tracciatori satellitari. Una sorta di offuscamento digitale, una cortina fumogena tecnologica che ha fatto sparire dai radar le petroliere nel momento cruciale della traversata, per poi farle riapparire una volta superato il tratto più pericoloso, al largo delle coste indiane. È il caso della Shenlong, una delle sue navi, che ha caricato un milione di barili di greggio saudita prima di compiere il tragitto a scatola chiusa, con il segnale spento dal 4 marzo fino a quando non è stata in acque sicure.

Il mestiere dell’armatore ai tempi della guerra

Non è solo una questione di coraggio, quello di Prokopiou, ma anche di pragmatismo economico spinto all’estremo. Il blocco dello stretto, conseguenza diretta dell’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha fatto schizzare alle stelle i noli delle petroliere: chi riesce a portare a termine il viaggio può guadagnare cifre da capogiro, con tariffe che hanno toccato quota 500mila dollari al giorno per una superpetroliera diretta in Cina. Una bolla speculativa in piena regola, alimentata dal fatto che le assicurazioni, quando non negano del tutto la copertura, chiedono premi maggiorati fino all’1% del valore del carico. Una cifra che molti non sono disposti a pagare, ma che evidentemente nei conti di Prokopiou trova una sua sostenibilità, forse perché il rischio, per lui, è da sempre una variabile da mettere in conto, non un motivo per fermarsi.

La traversata e le misure di sicurezza

A bordo, però, la tensione deve essere palpabile. Nonostante la disattivazione dei transponder, le navi restano bersagli vulnerabili in un tratto di mare largo appena 48 chilometri nel punto più stretto, un imbuto dove è difficile passare inosservati. Per questo, secondo quanto ricostruito dalla stampa specializzata, la Dynacom Tankers avrebbe rafforzato le misure di sicurezza imbarcando guardie armate, pronte a sorvegliare i ponti durante il transito. Una precauzione che sa di assedio, con gli uomini di Prokopiou che incrociano in quelle stesse acque dove, stando alle cronache, le forze navali iraniane hanno già colpito altre petroliere. E se i militari di Teheran rivendicano il “controllo totale” dello stretto, affermando di aver già centrato una nave statunitense, la scelta di procedere diventa ancora più netta.

Una carriera costruita sul rischio calcolato

Nato ad Atene nel 1946, Prokopiou non è nuovo a queste scommesse. Ingegnere civile con una passione per il mare che lo ha portato a comprare la sua prima nave, una quota di un’imbarcazione, nel lontano 1971, ha fondato la Dynacom Tankers nel 1991 e da allora non ha mai smesso di espandere il suo raggio d’azione. Oggi, con una flotta che conta oltre 150 navi tra petroliere, portarinfuse e vettori di gas, è considerato uno dei magnati più influenti del settore, tanto da essersi guadagnato soprannomi come “il miliardario bucaniere” sulle pagine del Financial Times. Una fama, quella del pirata, che in questo frangente calza a pennello, anche se lui, noto per girare con una vecchia Mercedes e senza scorta nonostante un patrimonio che Forbes stima in 4,7 miliardi di dollari, preferisce probabilmente l’etichetta di uomo d’affari che sa fiutare il vento.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.