L’Ungheria blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina, Orbán lega i soldi al petrolio di Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La diplomazia europea si arena nuovamente sugli scogli posti da Budapest, con il governo di Viktor Orbán che ha deciso di mettere il veto sul maxi-prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, un pacchetto di assistenza finanziaria la cui ufficializzazione, guarda caso, era attesa per il 24 febbraio, giorno del quarto anniversario dell’invasione russa. La mossa, ufficializzata dal ministro degli Esteri Péter Szijjártò e rilanciata dallo stesso premier ungherese attraverso i suoi canali social, non rappresenta soltanto l’ennesima crepa nell’unità occidentale, ma si configura come una vera e propria leva negoziale legata a doppio filo ai flussi energetici. Il nodo della discordia, infatti, è rappresentato dall’oleodotto Druzhba, il grande tubo sovietico che trasporta il greggio russo verso l’Europa centrale e che, dal 27 gennaio scorso, ha smesso di funzionare a causa di un attacco – che Kiev attribuisce a un drone russo – che ha danneggiato le infrastrutture in territorio ucraino.

La posizione del governo magiaro, espressa senza mezzi termini, è che non ci sarà alcun via libera al prestito – un’intesa che richiede l’unanimità dei Ventisette in quanto comporta una modifica del bilancio pluriennale Ue per permettere alla Commissione di contrarre debito sui mercati – fino a quando il flusso di petrolio non sarà ripristinato. “Finché l’Ucraina bloccherà l’oleodotto, noi bloccheremo il prestito di guerra”, ha tuonato Orbán, accusando apertamente Kiev di voler interferire nella campagna elettorale ungherese in vista delle elezioni di aprile, creando artificialmente una crisi energetica per far schizzare il prezzo dei carburanti e, di riflesso, minare il consenso del suo partito. Un’accusa, questa, ribadita anche da Szijjártò, il quale ha parlato di una coordinazione – a suo dire inaccettabile – tra l’Ucraina, Bruxelles e le forze di opposizione interne, finalizzata a mettere in difficoltà l’esecutivo.

Una crisi energetica che allarga il fronte, dalla Slovacchia alle ipotesi di rotte alternative

La vicenda, però, non riguarda soltanto l’Ungheria, ma coinvolge direttamente anche la Slovacchia, l’altro paese fortemente dipendente dal greggio russo che arriva via terra. Il primo ministro slovacco Robert Fico, da tempo su posizioni considerate vicine al Cremlino, ha minacciato a sua volta contromisure drastiche, paventando l’interruzione delle forniture di emergenza di energia elettrica all’Ucraina qualora entro lunedì non venga ripristinato il transito del petrolio. Fico, in una dichiarazione che riecheggia le tensioni del passato, ha paragonato la situazione attuale al sabotaggio del gasdotto Nord Stream, sottolineando come la Slovacchia non possa accettare che le relazioni bilaterali diventino un “biglietto di sola andata” a esclusivo beneficio di Kiev. Di fronte allo stallo, Budapest ha già annunciato il ricorso alle proprie riserve strategiche, liberando circa 1,8 milioni di barili di greggio per far fronte alla carenza, mentre la raffineria Slovnaft, controllata dal colosso ungherese MOL, ha sospeso le esportazioni di gasolio verso l’Ucraina, dirottando la produzione sul mercato interno.

La questione, paradossalmente, potrebbe trovare una soluzione tecnica che però si scontra con la volontà politica di Zagabria. L’Ungheria e la Slovacchia hanno infatti chiesto alla Croazia di utilizzare l’oleodotto Adriatico (JANAF) per importare petrolio via mare, attraverso il porto di Omisalj. Una soluzione che consentirebbe di aggirare il blocco del Druzhba, ma che il governo croato ha finora respinto, ponendo una condizione stringente: il transito sarebbe consentito solo per greggio di origine non russa, per evitare di finanziare indirettamente la macchina bellica di Mosca. La stessa Commissione europea, pur confermando che la sicurezza energetica di ungheresi e slovacchi non è a rischio grazie alle riserve accumulate, ha ammesso che una deroga alle sanzioni potrebbe permettere l’import via Croazia, ma la palla resta nel campo di Zagabria, che sembra intenzionata a non fare sconti a Orbán e Fico su questo punto.

Il nodo procedurale e l’ombra delle urne sul futuro degli aiuti a Kiev

Sul piano strettamente formale, il veto ungherese rischia di far slittare sine die l’erogazione del prestito, un meccanismo complesso che era stato pensato per fornire a Kiev una rete di sicurezza finanziaria per il biennio 2026-2027 senza gravare direttamente sui bilanci di tutti i paesi membri. L’accordo politico raggiunto a dicembre dai leader Ue prevedeva infatti che Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca fossero esonerate dalla partecipazione agli oneri degli interessi e alla garanzia del rimborso, ma la necessità dell’unanimità per la modifica del quadro finanziario pluriennale offre ora a Orbán una leva potente. Non si tratta, quindi, di un semplice ritardo procedurale, ma di una condizione esplicita che lega gli aiuti militari ed economici a Kiev alla risoluzione di una disputa commerciale bilaterale, un principio che molti osservatori ritengono pericoloso per la credibilità dell’Unione.

La tempistica, poi, non è affatto casuale. Con il voto ungherese alle porte e Orbán che nei sondaggi appare in svantaggio, la narrativa del ricatto energetico e della difesa della sovranità nazionale torna centrale nella comunicazione del suo partito. La capacità del premier di presentarsi come il baluardo contro le ingerenze di Bruxelles e di Kiev, pronto a difendere il prezzo calmierato dell’energia per le famiglie ungheresi, è un classico della sua lunga campagna elettorale. La partita, dunque, si gioca su più tavoli: c’è la ricerca di rotte alternative per il petrolio, c’è la mediazione della Commissione Europea che tenterà di sbloccare la situazione, e c’è la pressione degli altri Ventisette, che vedono nell’ostruzionismo di Budapest un ostacolo sempre più difficile da gestire in un momento in cui l’Ucraina, stremata dal conflitto, necessita di ogni sostegno possibile.

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