Masterchef, il giudizio senza pietà della masterclass: tre naufraghi e il Titanic in cucina
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La competizione, che procede implacabile nel suo nono episodio, ha costretto i giudici a un primo, severo bilancio, come ha sottolineato Giorgio Locatelli quando ha osservato che alcuni concorrenti «si nascondono un pochettino», chiamando direttamente in causa Niccolò e Gaetano. Il tema della Mystery Box, concepito per rompere la crosta, ha innescato un processo di selezione che, in questa fase, appare più doloroso per lo spettatore che per i diretti interessati, costretto a seguire una trafila rituale. La terza masterclass, in particolare, ha assunto i contorni di una falciatura, privando il gruppo di quelle che Locatelli, Cannavacciuolo e Barbieri hanno evidentemente considerato «foglie secche». Un momento di passaggio necessario, per la giuria, ma che ha regalato una delle immagini più simboliche della stagione: il tentativo di alcuni di ergersi a titani, subito stroncato dall’impatto con la realtà dei fornelli e trasformato in un naufragio da cui l’epiteto «Titanic» è diventato un giudizio sommario e definitivo.
La doppia eliminazione e il Pressure Test
Gli eventi hanno poi preso una piega ancor più drastica con l’arrivo del Pressure Test, una prova che ha costretto i concorrenti a misurarsi con la complessa arte del taco, piatto la cui esecuzione autentica richiede una conoscenza che va ben oltre la semplice imitazione di un formato. È in questo frangente che si è consumata la doppia eliminazione, con due aspiranti chef costretti ad abbandonare la gara. Le creazioni presentate, come i "Mi Tacos Es Su Tacos" di Alessandro o i "Tacos Sotto Pressione" di Matteo Rinaldi, che gli hanno valso la salvezza in balconata, hanno mostrato le difficoltà di un approccio che talvolta scivola nel folkloristico, lontano dall’essenza della cucina messicana. La rottura del taco "Viva l'Amore" di Niccolò, con la sua tartare di gambero e pesca, è sembrato l’emblema di una certa fragilità concettuale.
Il verdetto e il paradosso della fuga
Un episodio curioso, che ha lasciato i giudici visibilmente increduli, ha visto poi tre concorrenti uscire dalla classe durante le valutazioni, un gesto interpretato come una momentanea fuga verso la pista da ballo. Un atto, in apparenza sconnesso dalla tensione della competizione, che però ha finito per rappresentare, in maniera quasi paradossale, il peso psicologico del giudizio e il desiderio di un’evasione, seppur brevissima, dalla pressione della masterclass. Il cooking show, del resto, non valuta solo la tecnica ma anche la resistenza allo stress, la capacità di rimanere focalizzati mentre il proprio piatto viene analizzato al microscopio, e quella uscita collettiva ha raccontato più di qualsiasi dichiarazione il clima di quella serata.
La riflessione sul metodo
Quello che emerge, al di là dei singoli piatti o delle eliminazioni, è la metodologia di una giuria che, ormai consolidata nel suo ruolo, non indulge a sentimentalismi e opera scelte nette per preservare il livello della gara. La critica alla «crosta» da rompere, l’impietosa metafora del Titanic, la reazione alla fuga in pista sono tutti tasselli di un approccio didattico e al tempo stesso spietato, tipico di una fase della competizione in cui non è più possibile nascondersi dietro un errore occasionale. I sedici concorrenti rimasti, dopo il doppio addio e le defezioni temporanee, sanno ormai di dover dimostrare non solo abilità, ma anche un’identità culinaria chiara e la forza di sostenerla sotto lo sguardo dei tre chef, il cui verdetto, come dimostrato, non ammette repliche o fraintendimenti.




