Masterchef, ostriche senza perla: il gioco di troni che stanca
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Se la competizione culinaria dovesse misurarsi, almeno nell'ultima masterclass, con il ritmo di una partita della Juventus, lo spettatore si ritroverebbe a osservare un lungo possesso palla privo di conclusioni pericolose. La legge che sembra governare la gara, infatti, non è più quella delle "stilettate nel fianco" ma piuttosto un tacito accordo di non belligeranza, una regola dell'amicizia che toglie mordente a ogni sfida. Il ritorno della chef Chiara Pavan, sebbene annunciato come un uragano, non ha scompigliato più di tanto gli animi dei concorrenti, lasciando intatto quel sottotono piatto che da diverse settimane caratterizza le puntate. La sua presenza ai fornelli, se da un lato ha riportato in scena la Green Mystery Box dopo lunga assenza, dall'altro ha finito per gettare nel panico diversi aspiranti chef a causa di un tempo stringente e di una preparazione fulminea, elementi che hanno paradossalmente prodotto più confusione che colpi di scena.
La prova e l'incongruenza
La box verde, che conteneva ingredienti come la bietola da costa, la farina di spinaci e l'alga nori, aveva come unica concessione proteica animale l'ostrica, elemento attorno al quale avrebbe dovuto svilupparsi la creatività dei cuochi. Quello che si è visto, però, è stato ben diverso da una perla di ingegno. La dettatura dei tempi da parte della chef ospite ha messo in seria difficoltà alcuni di loro, i quali, alla fine del countdown, si sono accorti di aver tralasciato componenti fondamentali del paniere, come l'acetosella, autoescludendosi di fatto dalla possibilità di essere valutati. Un dettaglio, questo, che svela l'incongruenza di una prova dove la fretta ha sovrastato la cura, e dove l'esito è parso più legato a una dimenticanza che a un giudizio sul piatto compiuto.
L'eliminazione e il contesto
L'episodio si inserisce in un contesto narrativo più ampio, quello della tredicesima puntata, la quale ha portato i concorrenti persino allo Juventus Stadium per una sfida sul campo. Anche in quel frangente, nonostante la location carica di suggestione agonistica, il meccanismo ha mostrato le sue crepe, confermando come la posta in palio appaia, agli occhi dello spettatore, sempre più evanescente. La squadra vincente, si dice, non si cambia, ma qui il problema sembra essere proprio l'assenza di una competizione sentita e sentibile, ridotta a un "gioco di troni" dove il conflitto è più formale che sostanziale. La stessa eliminazione, definita shock forse più per consuetudine lessicale che per reale impatto, non basta a scuotere una narrazione che fatica a trovare accenti di autentica tensione.
Le prospettive incerte
Ciò che emerge, in definitiva, è un quadro in chiaroscuro dove l'abilità tecnica dei singoli fatica a emergere da un format che, in questa fase, privilegia dinamiche di gruppo poco conflittuali. La maestria della chef Pavan, indiscutibile, è rimasta un evento isolato, un lampo che non ha rischiarato la traiettoria della gara. Se questa masterclass rappresenta l'antifona alla imminente selezione dei migliori dieci, le premesse non lasciano presagire una sterzata decisiva. Lo spettacolo, in altre parole, naviga in acque tranquille, ma rischia di lasciare a riva proprio quell'elemento di imprevedibilità e passione che, in una cucina come in un campo da gioco, fa la differenza tra una semplice esecuzione e una performance memorabile.




