Crisi venezuelana e attacco americano: il sistema internazionale alla prova

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'azione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, conclusasi con la cattura del presidente Nicolas Maduro, rappresenta un episodio di una gravità tale da imporre una riflessione profonda sulla tenuta dell’ordine mondiale. Sebbene l’esigenza di riformare le istituzioni globali, partendo dalle Nazioni Unite, non sia affatto nuova, il precipitare degli eventi nel paese sudamericano – con un intervento unilaterale che ha scavalcato ogni procedura diplomatica – la rende ormai una questione non più eludibile. Siamo dinanzi a un capitolo ulteriore, e particolarmente drammatico, di quella che appare sempre più come una nuova saga imperiale, dove le questioni strategiche e di sicurezza vengono risolte al di fuori degli schemi giuridici internazionali, in una deriva che molti osservatori giudicano preoccupante per la stabilità globale.

La cornice economica di una crisi annunciata

Il contesto in cui è maturato l’intervento, del resto, era già segnato da una crisi economica di proporzioni inaudite, la quale, da sola, avrebbe potuto giustificare un allarme internazionale di carattere umanitario. Nei dodici mesi precedenti l’attacco, infatti, il bolívar venezuelano aveva registrato un crollo verticale del suo valore, con un deprezzamento del 480 per cento rispetto al dollaro. La banca centrale di Caracas, cercando di arginare una fuga monetaria divenuta ormai incontrollabile, aveva fissato un tasso di cambio ufficiale che superava i trecento bolívar per un dollaro, un provvedimento palesemente inefficace di fronte all’inasprimento delle sanzioni statunitensi sul petrolio, vero nervo scoperto dell’economia nazionale.

Analisi e timori sull’impatto regionale

Reazioni di forte preoccupazione, com’era prevedibile, non hanno tardato ad arrivare da varie parti del mondo, e in particolare dall’America Latina. Guillaume Long, già ministro degli esteri dell’Ecuador e oggi analista presso un influente centro studi di Washington, ha espresso un giudizio netto sull’operato dell’amministrazione statunitense, guidata nuovamente da Donald Trump, definendolo una pericolosa capitolazione alle pressioni degli ambienti neoconservatori. “Gli Stati Uniti”, ha sottolineato Long, “non riusciranno a governare militarmente il Venezuela”, ma le loro politiche, fondate sulla forza e sulla unilateralità, “costituiscono una minaccia per tutta l’America Latina”, aprendo scenari d’instabilità dai confini imprevedibili. Si tratta di osservazioni che, al di là delle posizioni politiche, fotografano il senso di incertezza che pervade la regione.

Un vuoto di governance oltre il caso specifico

Ciò che emerge con chiarezza dalla vicenda venezuelana, al di là delle sue specificità, è la cronica incapacità degli organismi multilaterali di arbitrare e comporre conflitti di tale portata, lasciando di fatto campo libero a iniziative dirette delle potenze. L’assenza di un “governo globale” in grado di far rispettare norme condivise e di intervenire con strumenti legittimi nelle crisi internazionali non è più solo una lacuna teorica, ma un fattore moltiplicatore di caos, come dimostra la risoluzione violenta della crisi a Caracas. La domanda sulla necessità di un nuovo quadro di regole e di autorità sovranazionali, pertanto, non è un esercizio accademico, bensì un interrogativo pratico e urgente che la comunità delle nazioni si trova costretta ad affrontare, mentre le fondamenta dell’ordine post-bellico sembrano sgretolarsi sotto i colpi di una realpolitik sempre più spregiudicata.

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