Il caso di Michelle Comi e l’“economia dell’indignazione”: la diffida ignorata dalle Iene
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è bastata una diffida formale, recapitata probabilmente nella vana speranza di fermare le telecamere, per impedire che il programma “Le Iene” mettesse in onda un servizio destinato a smontare pezzo dopo pezzo l’immagine pubblica della creator Michelle Comi. L’inviato Gaston Zama, sfidando le pressioni legali dell’entourage della ragazza, ha infatti ricostruito un meccanismo preciso: quello che lui stesso ha definito il business dell’indignazione, un sistema dove le provocazioni sessiste, le lacrime e persino i presunti atti vandalici sembrerebbero essere stati orchestrati a tavolino per mantenere alto il livello dell’hype. L’influencer torinese, diventata celebre per raccolte fondi discusse e per frasi come “le donne non dovrebbero votare”, si è così ritrovata faccia a faccia con le sue stesse contraddizioni, in una narrazione che mescola il vittimismo alla spettacolarizzazione del dolore.
L’auto imbrattata e la messinscena svelata da un audio
Il primo pilastro del servizio, quello che ha maggiormente scalfito la credibilità della Comi, riguarda un episodio di cronaca risalente a fine 2024. All’epoca, dopo alcune dichiarazioni al vetriolo della ragazza sui meridionali (definiti da lei “non troppo civilizzati”), la sua auto era stata ritrovata imbrattata con della parmigiana e insulti sessisti, un gesto che le aveva portato addosso un’ondata di solidarietà mista a critiche. Grazie alle intercettazioni ambientali del programma, però, è emersa una verità diametralmente opposta: un membro dello staff della influencer viene ripreso mentre confessa la regia dell’accaduto, spiegando che l’obiettivo era far trovare la vettura distrutta proprio durante un viaggio a Napoli per “chiarire” con i suoi haters.
Messa alle strette da Gaston Zama, di fronte alle registrazioni che inchiodavano la ricostruzione, Michelle Comi ha dovuto infine ammettere la sua complicità. “Sì, lo sapevo, non ero d’accordo, l’ho fatto comunque”, ha confessato, mostrando quelle crepe tipiche di chi viene scoperto a fingere; ha aggiunto, quasi con noncuranza, di dispiacersi per quell’episodio, assumendosene la responsabilità solo dopo che il meccanismo era già stato smontato dalle telecamere. È il punto di rottura, quello in cui la reality skill (la capacità di trasformare la vita privata in intrattenimento) crolla di fronte ai fatti.
L’adozione di Momo e i conti che non tornano con l’Africa
Ma il capitolo più delicato, forse persino imbarazzante nella sua esposizione mediatica, riguarda la presunta adozione a distanza del piccolo Momo, un bambino senegalese che la creator utilizzava come esempio della sua generosità. Lei ne parlava in podcast e dirette come fosse un figlio adottivo, garantendo di pagargli mensilmente scuola e vitto; una storia che faceva da contrappasso emotivo alle sue dichiarazioni più becere sul denaro o sulla chirurgia intima. Il programma, andando a verificare direttamente sul campo, ha però scoperto una realtà ben diversa, fatta di promesse gonfiate e di fondi che non arrivano.
Il referente locale incaricato di seguire il piccolo Momo ha rivelato, microfono alla mano, di aver ricevuto una corresponsione unica di circa 200 o 300 euro, avvenuta diverso tempo prima e non certo una cifra tale da mantenere un bambino per mesi. Emerge così uno scollamento violento tra la narrazione pubblica della beneficenza e l’effettiva volontà di aiutare, un contrasto che ha acceso i riflettori su una pratica (quella di comprare like attraverso la costruzione di una falsa etica) già osservata in altri casi simili. La Comi, dal canto suo, ha sostenuto di non conoscere l’esiguità dei versamenti, scaricando le colpe sulla sua amministrazione e promettendo verifiche, in un tentativo ormai maldestro di limitare i danni.
La diffida ignorata e il ritratto di una “morta di fama”
Per comprendere la disperazione del tentativo di bloccare la messa in onda, bastano le parole che lo stesso staff della ragazza usa per descriverla, catturate dalle Iene: “Lei è un po’ razzista, farebbe di tutto per un po’ di hype, è una morta di fama”. Questa definizione riassume l’intera strategia comunicativa di un personaggio che ha trasformato la propria vita in un reality personale, dove i confini tra la violenza verbale, il femminismo strumentale e la volontà di restare al centro dell’attenzione si confondono completamente. La diffida, quindi, non era solo un atto dovuto per tutelare l’immagine, ma la prova del nove di quanto la costruzione fosse fragile.
Ironia della sorte, o forse coerenza narrativa, l’inviato Gaston Zama ha rivelato che dopo l’invio della lettera intimidatoria è arrivata una mail di segno opposto: la creator ringraziava la redazione per averle “aperto gli occhi”. Un dietrofront che sa molto di tattica, un tentativo di riallacciare i fili di un consenso perduto, mentre l’eco del servizio andato in onda (nonostante tutto) continua a girare sul web. Ciò che resta, al di là dei dettagli pittoreschi della vicenda, è lo scheletro di un sistema economico parallelo che si nutre di indignazione a comando, dove persino la sofferenza (o la violenza) viene prodotta in serie per coprire un vuoto di contenuti.




