Sparatoria alla Brown university, due studenti uccisi nel campus di Providence
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Redazione Esteri
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Una violenza improvvisa, che si è abbattuta in un giorno di esami quando i controlli di accesso ai dormitori risultano inevitabilmente più blandi, ha trasformato il campus della Brown University in un teatro di terrore. L’assalto, compiuto da un uomo armato che ha aperto il fuoco in un edificio studentesco, ha causato la morte di due giovani e ha lasciato altre nove persone in gravi condizioni, tutte studentesse e studenti dell’ateneo come ribadito dalla presidente Christina Paxson, la quale ha parlato, in una comunicazione ufficiale, di una “giornata incredibilmente tragica”. Mentre le operazioni di soccorso si concludevano, iniziava una complessa caccia all’uomo, condotta dalle forze locali con il decisivo supporto di agenti speciali dell’Fbi, i quali hanno impiegato mezzi e risorse avanzate per cercare di individuare la pista del killer, fuggito dopo il massacro.
L’errore iniziale e la diffusione del video del sospetto
Le indagini, come spesso accade in casi di tale confusione, hanno conosciuto una prima, significativa deviazione: gli investigatori, infatti, avevano inizialmente tratto in arresto un uomo, ritenendolo il principale indiziato, salvo poi doverlo rilasciare quando prove incontrovertibili ne hanno dimostrato l’estraneità ai fatti. Un episodio che ha ulteriormente complicato un quadro già drammatico, spingendo le autorità a divulgare un breve filmato, ripreso dalle telecamere di sorveglianza, nel quale si vede l’autore della strage allontanarsi dall’edificio e incamminarsi lungo Hope Street. Quel video, purtroppo, non mostra il volto del sospettato, inquadrato solamente di spalle, e lascia intendere, secondo la ricostruzione del vice capo della polizia Timothy O’Hara corroborata da diverse testimonianze, che l’uomo possa aver celato i suoi lineamenti sotto una maschera di tipo mimetico di colore grigio.
Il doppio trauma di una sopravvissuta
Tra le storie personali che emergono dalla tragedia, una colpisce per la sua tragica singolarità: quella di Zoe Weissman, una studentessa che, mentre si trovava nel dormitorio durante l’attacco alla Brown, aveva già vissuto l’incubo di una sparatoria di massa all’esterno della sua scuola superiore durante la strage di Parkland, nel 2018. Un caso che, al di là della sua eccezionalità statistica, getta una luce cruda sulla ricorrenza di questi eventi nella vita quotidiana americana, un fenomeno contro il quale, nonostante le promesse politiche – anche quelle del presidente Donald Trump, ora di nuovo alla guida degli Stati Uniti –, non si è ancora trovato un argine efficace e condiviso.
Lo stato delle indagini e le difficoltà investigative
Le autorità, al momento, continuano a percorrere ogni possibile pista e sollecitano, attraverso la diffusione delle immagini, la collaborazione di chiunque possa fornire informazioni utili all’identificazione dell’uomo in fuga. La mancanza di un volto chiaro, unita alla possibile maschera, rappresenta un ostacolo non da poco per gli inquirenti, i quali devono far affidamento su dettagli come l’abbigliamento, la ratura e la dinamica della fuga. L’attentatore, che ha agito in solitudine secondo le prime ricostruzioni, ha scelto un momento di particolare affollamento e vulnerabilità dell’università, sfruttando quelle circostanze che rendono un luogo di studio, per definizione aperto, un bersaglio più facile per chi vuole seminare morte.




