Craig Venter, il rivoluzionario della “scrittura” del dna, muore a 79 anni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è stato solo il letto d’ospedale di un reparto militare in Vietnam a cambiare la vita di Craig Venter, ma la lucida follia di credere che la natura potesse essere ridotta a un codice binario. Il biologo statunitense, morto il 29 aprile a San Diego all’età di 79 anni a causa delle complicanze sorte durante la cura di un tumore diagnosticato recentemente -1-5, lascia un’eredità scientifica fatta di genoma e diatribe. E se da un lato il grande pubblico lo ricorda come l’uomo che corse contro il tempo (e contro il governo) per mappare le 3,2 miliardi di lettere del nostro Dna, dall’altro è il suo lavoro successivo – quello relativo alla scrittura artificiale del codice genetico – a rappresentare il vero discrimine tra la biologia classica e quella sintetica.

La genesi di un anticonformista tra surf e carri armati nato a Salt Lake City il 14 ottobre 1946, Venter non mostrò mai, almeno all’inizio, la classica vocazione da topo da biblioteca; preferiva le onde del Pacifico ai libri di testo. La svolta, come spesso accade nelle biografie dei grandi scienziati americani di quell’epoca, arrivò con la leva obbligatoria. Durante la guerra in Vietnam, prestò servizio come infermiere in un ospedale da campo a Da Nang; lì, il contatto quotidiano e brutale con la carne martoriata dai combattimenti gli trasmise un senso di urgenza quasi patologico. Tornato in patria, si iscrisse a medicina spinto dalla voglia di riparare quei corpi, ma scoprì ben presto che la sua vera vocazione non era il contatto diretto con il malato, bensì la ricerca di base. Si specializzò in biochimica all’Università della California di San Diego, dove conseguì il dottorato nel 1975. La noia per i metodi lenti e la convinzione che la burocrazia uccidesse l’innovazione lo accompagnarono nei successivi incarichi ai National Institutes of Health (NIH), dove mise a punto le prime tecniche di sequenziamento rapido basate sugli “expressed sequence tags” (EST). Fu in quel periodo che maturò l’idea che avrebbe rivoluzionato la genetica: sequenziare il genoma intero non doveva essere un lento lavoro artigianale, ma un’operazione industriale.

La guerra dei genomi: Celera contro il consorzio pubblico la fine degli anni Novanta rappresentò il momento di massima visibilità – e massima controversia – per Venter. Convinto che il Progetto Genoma Umano finanziato dai fondi pubblici procedesse a passo di lumaca (e avesse già bruciato circa 3 miliardi di dollari con risultati parziali), decise di fare da solo. Nel 1998 fondò la Celera Genomics, una società privata con l’obiettivo dichiarato di brevettare le sequenze genetiche più rilevanti. L’operazione fu letta dalla comunità scientifica accademica, guidata da Francis Collins, quasi come un sacrilegio: secondo quella visione, il progetto “pubblico” rappresentava il bene comune, mentre la mossa di Venter era un tentativo di mercificare l’essenza stessa della vita. La rivalità fu talmente aspra che James Watson, co-scopritore della doppia elica, paragonò l’atteggiamento dello scienziato imprenditore a una deriva totalitaria. Nonostante le polemiche, la strategia di Venter funzionò: grazie alla tecnica dello “shotgun sequencing” (che frammenta il Dna in milioni di pezzi per poi rimetterli insieme via computer come un puzzle), la sua azienda raggiunse il traguardo quasi in contemporanea con il consorzio pubblico. Nel febbraio 2001, sia Celera (su “Science”) che il progetto pubblico (su “Nature”) pubblicarono la prima bozza della mappa del genoma umano; una “foto di famiglia” che, sebbene imperfetta, inaugurò l’era della biologia digitale.

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