Leone XIV agli insegnanti di religione: «Il cuore parla al cuore» e la verità passa attraverso le persone
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Redazione Interno
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Hanno riempito l’Aula Paolo VI, circa settemila docenti – seimila secondo altre stime – giunti a Roma da ogni diocesi italiana per incontrare il Papa; e Leone XIV, reduce dal lungo viaggio apostolico in Africa conclusosi appena due giorni prima, ha scelto di dedicare loro un discorso che, evitando toni trionfali o direttive calate dall’alto, è sceso nel vivo della relazione educativa. Il Pontefice, infatti, ha descritto il lavoro quotidiano di questi professionisti – spesso silenzioso, poco appariscente ma «molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani» – come un servizio che richiede coerenza, umiltà e una passione autentica, quasi innamorata, tanto per Dio quanto per gli studenti stessi. Non si tratta, ha chiarito, di trasmettere un catechismo asettico o formule morali preconfezionate, bensì di offrire sguardi che risollevano e testimonianze vive, perché la verità, come ha ripetuto più volte nel suo intervento, passa attraverso le persone e non attraverso i manuali.
Un “trampolino” per il dialogo interiore contro i rumori del mondo
Il tema scelto per il terzo Meeting nazionale degli insegnanti di religione cattolica, promosso dalla Cei, riprendeva il celebre motto di san John Henry Newman – «Cor ad cor loquitur» – che Leone XIV ha trasformato in una vera e propria cifra pedagogica. L’insegnamento della religione, ha spiegato ai docenti presenti, funge da «trampolino di lancio»: da lì i ragazzi possono imparare a tuffarsi nell’avventura del dialogo interiore, un’immersione necessaria in un’epoca in cui – ha osservato – siamo costantemente assediati da stimoli superficiali che rischiano di soffocare la voce profonda dell’anima. Ridurre al silenzio quella voce, ha aggiunto citando le *Confessioni* di sant’Agostino, è fin troppo facile; perciò aiutare le nuove generazioni a riconoscerla, o a ritrovarla se l’hanno smarrita, costituisce uno dei doni più grandi che si possano fare. In quest’ottica, la disciplina scolastica diventa un laboratorio di cultura e dialogo, dove fede e ragione non si oppongono ma viaggiano insieme nella ricerca umile e sincera della verità.
Niente moralismi né risposte preconfezionate: serve credibilità
Il Papa ha messo in guardia i docenti da due tentazioni opposte ma ugualmente dannose: il protagonismo e il moralismo. Essere «maestri credibili», ha scandito, significa mostrarsi per quello che si è – uomini e donne che cercano, pensano, vivono e credono – senza nascondersi dietro una cattedra o dietro risposte preconfezionate che nessun adolescente, oggi, è disposto ad accettare passivamente. I giovani, ha proseguito Leone XIV rivolgendosi direttamente agli insegnanti, non hanno bisogno di adulti che impartiscano lezioni dall’alto, ma di vicinanza e onestà, di figure autorevoli (non autoritarie) che li affianchino mentre affrontano le grandi domande della vita. Quello che ricorderanno, tra qualche anno, non saranno tanto i teoremi o le definizioni, quanto gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, prendendoli sul serio e condividendo un tratto di strada. La dimensione religiosa, ha ribadito, non è un accessorio marginale nel processo formativo, ma un elemento costitutivo dell’esperienza umana, che la vera laicità non dovrebbe escludere bensì valorizzare come risorsa educativa.
Un servizio culturale e una semina senza risultati immediati
L’incontro in Vaticano, che ha visto anche la partecipazione di una ventina di docenti della diocesi di Cesena-Sarsina con il loro nuovo incaricato don Stefano Pasolini e il predecessore don Giordano Amati, ha confermato una linea già emersa negli ultimi documenti della Cei: l’ora di religione è sì un momento di annuncio, ma non si esaurisce nella sfera strettamente confessionale. Leone XIV l’ha definita «una disciplina di grande valenza culturale», utile per comprendere le dinamiche storiche e sociali, le espressioni del pensiero e delle arti che hanno plasmato il volto dell’Italia e dell’Europa. Educare, in questa prospettiva, richiede una pazienza quasi agricola: seminare senza pretendere risultati immediati, rispettando i tempi di crescita di ogni persona. E questo, ha concluso ripetendo il nome di Newman, richiede soprattutto amore. Un lavoro impegnativo, insomma, che non cerca visibilità né facili entusiasmi, ma che proprio per la sua discrezione, per la sua capacità di stare accanto a chi cresce, costruisce dal basso quella libertà interiore e quella capacità di pensiero critico di cui ogni futuro ha bisogno.




