Trump e Netanyahu alla Casa Bianca: sul tavolo il piano in 21 punti per Gaza
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Redazione Esteri
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L’atteso incontro tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si è svolto in un clima di grande aspettativa, potrebbe aver segnato una svolta decisiva nelle trattative per porre fine alle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Secondo quanto riportato da fonti della stampa israeliana, i due leader, nel corso di un pranzo di lavoro seguito da un confronto con i giornalisti, avrebbero infatti trovato un’intesa di massima su una proposta articolata in ventuno punti, avanzata dagli Stati Uniti. L’iniziativa, che mira a stabilire un cessate il fuoco duraturo, giunge in un momento di crescente isolamento diplomatico per Israele, come è apparso evidente in occasione di un recente discorso alle Nazioni Unite, quando una lunga processione di diplomatici abbandonò l’aula in segno di protesta mentre Netanyahu prendeva la parola.
Il piano GITA di Tony Blair
Parallelamente a questo negoziato, circola con insistenza un altro documento, di natura completamente differente, che delinea una visione altrettanto ambiziosa per il futuro dell’enclave. Si tratta del piano attribuito all’ex premier britannico Tony Blair, i cui dettagli sono stati resi pubblici dal giornale Haaretz. La proposta, battezzata “Gaza International Transitional Authority” o GITA, prevede la creazione di un’autorità di transizione di carattere internazionale, la cui struttura gerarchica, definita “multilayered”, collocherebbe ai vertici decisionali diplomatici e importanti imprenditori, relegando invece i palestinesi a funzioni meramente esecutive e operative, una scelta che solleva interrogativi non trascurabili sul modello di governance immaginato.
Altri attori e scenari internazionali
Accanto a questi due scenari principali, se ne affacciano altri che contribuiscono a disegnare un panorama complesso e in divenire. Prende forma, seppur ancora in modo embrionale, un’iniziativa promossa congiuntamente da Francia e Arabia Saudita, mentre il nome di Samir Halilah comincia a essere menzionato tra i possibili attori di un futuro assetto. Lo sfondo di queste trattative rimane la drammatica realtà di un territorio devastato da mesi di offensive militari, scatenate dal sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, che hanno lasciato dietro di sé una scia di distruzione e una popolazione stremata, fattori che rendono ogni discussione sul “dopo” non solo politica, ma anche profondamente umanitaria.
Una partita ancora aperta
La situazione, per come si presenta, dimostra che la partita per Gaza è ancora tutta da giocare e che i diversi progetti, sebbene talvolta in netto contrasto tra loro, condividono l’obiettivo di trovare una soluzione a una crisi che sembrava senza via d’uscita. L’accordo di cui si discute tra Washington e Tel Aviv, con i suoi ventuno punti, rappresenta oggi il percorso più concreto, ma non è l’unico sul tavolo, a testimonianza di un interesse strategico globale che va ben oltre i confini del Medio Oriente e che coinvolge attori con visioni e priorità spesso divergenti.




