Liegi-Bastogne-Liegi, la Doyenne dei duelli infiniti: Pogacar e Evenepoel pronti a sfidarsi sulle côtes che profumano di storia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un momento, nella tarda primavera belga, in cui il vento che sale dalle valli dell’Ardenne smette di essere solo un fenomeno atmosferico per trasformarsi in un testimone silenzioso della fatica umana. Oggi, sulle strade che da Liegi si snodano verso Bastogne per poi fare ritorno, si corre la 112esima edizione della Liegi-Bastogne-Liegi, la più antica delle cinque “Monumento” del ciclismo, un percorso di 259,5 chilometri cesellato da undici asperità e oltre 4400 metri di dislivello totale. È in questo teatro di muscoli e strategia che il ciclismo mondiale trattiene il fiato, consapevole di assistere a un capitolo probabilmente decisivo per la storia della stagione, con il fuoriclasse sloveno Tadej Pogacar, alla ricerca della quarta affermazione personale nella Doyenne, e il suo omologo belga Remco Evenepoel, già due volte vincitore, pronti a darsi battaglia su quelle rampe che hanno trasformato il sudore in leggenda.

Undici salite per decidere il primato, tra la leggenda della Redoute e la sorpresa Seixas

Il serpentone dei corridori si muoverà lungo un tracciato che, nelle sue intenzioni, premia chi ha gambe e testa per soffrire in salita e resistere in pianura; si parte con la Côte de Saint-Roch (all’83° km, 1 km all’11,2%), un assaggio per scaldare i muscoli prima del Col de Haussire (al 132° km, 3,9 km al 6,8%), ma è nella parte finale della corsa che si concentra il vero dramma. Il momento simbolo, quello che gli appassionati aspettano con il cuore in gola, è la Côte de la Redoute: 1600 metri con una pendenza media del 9,4% che si mordono le gambe a 34 chilometri dal traguardo, un muro sul quale, nelle ultime edizioni, Pogacar ha costruito le sue fortune lanciando attacchi fulminei capaci di far implodere il plotone. E se la Redoute rappresenta il primo grande giudice, l’ultima sentenza spetta alla Côte de la Roche-aux-Faucons, la “Rocca dei Falconi”, che con i suoi 1300 metri all’11% di pendenza media e la vetta posta a soli 13 chilometri dall’arrivo, rischia di spezzare le ultime residue speranze degli inseguitori.

Se il copione sembra scritto per il duello tra i due fuoriclasse – Pogacar, fresco del secondo posto alla Parigi-Roubaix per sua stessa ammissione (“Mi sono allenato” ha risposto ridendo alla presentazione delle squadre, liquidando con ironia la fatica della roubaix) e Evenepoel, reduce dal successo all’Amstel Gold Race – c’è però un terzo incomodo che rischia di rovinare i piani dei favoriti. Il giovane francese Paul Seixas, classe 2006, si presenta con il morale alle stelle dopo aver dominato la Freccia Vallone sul mitico Muro di Huy; una condizione magnifica, come ammesso dallo stesso Pogacar durante le interviste della vigilia, che potrebbe trasformare la “Decana” in un palcoscenico a tre, dove l’esperienza dei big dovrà fare i conti con l’entusiasmo e la forza della rivelazione di inizio stagione.

L’Italia a secco dal 2007 e il fantasma del velodromo scomparso

Mentre lo sguardo è puntato sulle acrobazie dei grandi favoriti, c’è una sottotrama che riguarda da vicino il movimento italiano, fermo a digiuno da questa classica dal lontano 2007, anno del trionfo di Danilo Di Luca. Da allora la vittoria è sfuggita più volte, e figure come Giulio Ciccone (secondo nel 2025) o gli altri azzurri al via come Christian Scaroni, Lorenzo Rota e Davide Formolo cercheranno di inserirsi nella mischia, sfruttando la lunga durata della corsa per provare a imbrigliare la forza straripante dei top player. La mancanza di un successo tricolore in una gara che storicamente ha amato gli scalatori italiani rappresenta un’anomalia statistica sempre più pesante, in un contesto dove la durezza del percorso non lascia spazio a calcoli o errori tattici.

A fare da sfondo a questa battaglia contemporanea c’è poi la memoria, fatta di cemento e di storie che resistono nonostante la demolizione. C’era una volta, alla periferia di Liegi, il velodromo di Rocourt, un catino di cemento e vento dove la corsa finiva e ricominciava ogni primavera. Demolito ormai da decenni, assieme allo stadio che ospitava il Royal Football Club di Liegi, quel luogo è stato testimone di imprese epiche e di storie di emigrazione, come quella dei minatori italiani che nelle Ardenne cercavano fortuna. Il 2 maggio 1965, sotto una pioggia battente che rese la pista del velodromo insidiosa, fu proprio un figlio di emigranti, Carmine Preziosi, a regalare all’Italia una delle vittorie più iconiche, battendo un certo Vittorio Adorni. Oggi, alla partenza di Place Saint-Lambert, quei fantasmi tornano a mescolarsi con i favoritismi e le quote, a ricordare che la Doyenne non è solo il palcoscenico dei fenomeni di oggi, ma anche il custode delle radici più dure e autentiche di questo sport.

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