Ungheria, il voto che può cambiare l’Europa: Orbán sfidato da Magyar tra sguardi di Putin e Trump
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Redazione Esteri
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Mancano due settimane al voto in Ungheria, quello del 12 aprile, ma la posta in gioco, come è facile intuire, travalica di gran lunga i confini nazionali. Non si tratta soltanto di riconfermare o meno Viktor Orbán, il premier che dal 2010 ha plasmato il paese a propria immagine e somiglianza, ma di un vero e proprio crocevia per gli equilibri europei. Gli occhi, in questo senso, sono puntati su Budapest con un’intensità che coinvolge le cancellerie occidentali e, in maniera particolare, due attori di peso specifico planetario: da un lato Washington, con la presidenza di Donald Trump, dall’altro Mosca, con Vladimir Putin, entrambi pronti a raccogliere il frutto di una possibile conferma o a capitalizzare un eventuale scossone. L’Unione europea, dal canto suo, osserva con il fiato sospeso: dalla tenuta o meno di Orbán, infatti, potrebbe dipendere il futuro stesso del progetto comunitario, o almeno la sua capacità di resistere alle spinte centrifughe che negli ultimi anni ne hanno messo a dura prova la coesione.
La campagna elettorale, in questo scorcio di gennaio, ha già offerto spunti significativi per comprendere la postura del governo uscente. L’11 gennaio 2026, sul profilo X di Orbán Viktor – secondo l’uso ungherese che antepone il cognome – è apparso un video che molti analisti hanno interpretato come un manifesto ideologico prima ancora che elettorale. Nel breve filmato, il comico americano Rob Schneider, volto noto oltreoceano, si alterna a una sfilza di undici leader internazionali: da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, passando per Marine Le Pen, Alice Weidel della tedesca AfD, Benjamin Netanyahu, l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, il primo ministro ceco Andrej Babis, il presidente dell’Fpö austriaca Herbert Kickl, il leader spagnolo di Vox Santiago Abascal, il presidente serbo Aleksandar Vucic e il presidente argentino Javier Milei. Un collage, questo, che serve a Orbán per certificare la propria collocazione in un’alleanza globale di sovranisti, ma che allo stesso tempo ne rivela la fragilità: se si ha bisogno di mostrare il sostegno di tanti, forse è perché quello interno inizia a scricchiolare.
A rendere il voto del 12 aprile un evento potenzialmente spartiacque è, infatti, l’emergere di una figura inedita nel panorama politico magiaro: Péter Magyar. Ex insider del sistema, Magyar rappresenta la più grande minaccia al dominio di Orbán da quando, nel 2010, il leader di Fidesz ottenne la prima delle sue quattro vittorie consecutive. La sua ascesa, culminata nella vigilia di queste elezioni, ha rotto quella che fino a poco tempo prima sembrava un’illusione inossidabile, quella di un potere illiberale capace di perpetuarsi all’infinito. La sua campagna, costruita sulla stanchezza di una società provata dall’isolamento internazionale, dalla corruzione dilagante e da un’economia che mostra i segni del logoramento, ha catalizzato il malcontento di chi non si riconosce più in quella narrazione di “democrazia cristiana” che Orbán ha a lungo rivendicato. L’alternativa, ora, si pone in termini quasi manichei: da un lato l’autocrazia, con il suo apparato mediatico e il sostegno dichiarato dei sovranisti europei; dall’altro la prospettiva di un ritorno a una democrazione liberale, che per molti ungheresi rappresenta però anche un salto nel vuoto.




