Influenza K, il lungo addio: fino a fine febbraio con 14 milioni di casi, ma esistono terapie antivirali

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La cosiddetta Influenza K, che ha dominato la scena nelle ultime settimane, sta lentamente ma inesorabilmente allentando la sua morsa, sebbene il suo congedo definitivo dalla penisola sia annunciato, da virologi ed epidemiologi, non prima della fine di febbraio. Un prolungato strascico, quello della curva epidemica, alimentato dalle persistenti condizioni climatiche – il freddo e l’umidità di queste giornate – che continuano a favorire la circolazione dei patogeni e a tenere alto il numero di persone costrette a letto. Le proiezioni, del resto, confermano lo scenario già tratteggiato all’inizio della stagione: il totale dei contagi, ormai prossimo ai dieci milioni, è destinato a raggiungere, e probabilmente a superare, la quota dei 14 milioni di casi stimati, a testimonianza di una virulenza che ha effettivamente segnato l’inverno appena trascorso.

Identikit di una variante persistente

La definizione “Influenza K”, entrata ormai nel linguaggio comune, rischia di creare allarmismi ingiustificati se interpretata come l’emergere di un nuovo e sconosciuto agente patogeno. In realtà, come puntualizzato dalle autorità sanitarie, si tratta di varianti di ceppi influenzali già noti, i quali, attraverso quei piccoli e continui mutamenti genetici che sono propri dei virus, hanno acquisito una parziale capacità di eludere le difese immunitarie precedentemente sviluppate dalla popolazione. Questo meccanismo, tecnicamente noto come “deriva antigenica”, spiega la ragione per cui la sindrome si manifesti con una intensità e una persistenza percepita come maggiore rispetto alle influenze stagionali degli anni passati, pur rimanendo nell’ambito delle patologie respiratorie acute note alla scienza.

Lo spettro dei sintomi e il peso sul sistema sanitario

La circolazione di queste varianti, unita ad altri virus parainfluenzali, ha creato un carico notevole sui servizi sanitari, con i pronto soccorso che hanno registrato picchi di accessi in molte regioni, in particolare nel Mezzogiorno. Il dato significativo, emerso dai rapporti di sorveglianza, è che non tutte le sindromi con febbre e tosse sono riconducibili al vero virus influenzale: si stima, infatti, che solo circa il 30% delle infezioni respiratorie acute segnalate sia attribuibile a quest’ultimo, che si distingue per la capacità di provocare sintomi più severi e di innescare complicanze, come polmoniti, che possono necessitare di ospedalizzazione, specialmente nelle fasce di popolazione più vulnerabili.

L’arsenale terapeutico a disposizione

Di fronte a un quadro clinico che può essere debilitante, molti si chiedono se esistano farmaci in grado di contrastare efficacemente il virus e di abbreviare il decorso della malattia. Al di là dei trattamenti sintomatici – che restano fondamentali per gestire febbre, dolori muscolari e malessere generale – la medicina dispone di antivirali specifici, il cui utilizzo deve però essere valutato con attenzione dal medico. Tra questi, l’Oseltamivir e lo Zanamivir rappresentano le opzioni principali: il loro meccanismo d’azione è volto a inibire la diffusione del virus nell’organismo. La loro efficacia, tuttavia, è massima se assunti precocemente, idealmente entro 48 ore dalla comparsa dei sintomi, e il loro impiego è generalmente riservato a quei casi con sintomatologia importante o in pazienti a rischio di complicanze, non costituendo una terapia da adottare in modo indiscriminato per ogni forma influenzale.

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