Medio oriente, la mediazione del Qatar tra gli Usa di Trump e l’Iran delle Guardie Rivoluzionarie
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Redazione Esteri
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Mentre l’amministrazione Trump attende ancora una risposta da Teheran – risposta che, dopo l’ultima proposta di pace avanzata dalla Casa Bianca, non è ancora arrivata – gli sforzi di mediazione si intensificano lungo un asse che vede protagonisti, da un lato, i diplomatici americani, e dall’altro, in modo sempre più centrale, il Qatar. È proprio Doha, del resto, a ricoprire il ruolo di primario intermediario per Washington in questa delicata fase delle trattative, come ha confermato ieri, sabato 9 maggio, il segretario di Stato americano Marco Rubio. L’incontro, tenutosi a Miami, ha visto seduti intorno a un tavolo lo stesso Rubio, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e il premier del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, figura chiave che riveste anche la carica di ministro degli Esteri del proprio Paese.
Il ruolo del Qatar e la conferma del Dipartimento di Stato
Il Dipartimento di Stato, attraverso una dichiarazione del portavoce Tommy Pigott, ha ufficializzato l’incontro, sottolineando come Rubio abbia espresso apprezzamento per la partnership con il Qatar “su una serie di questioni”. Non si è trattato, cioè, di un semplice scambio di cortesie diplomatiche, bensì di un confronto nel quale le due parti hanno discusso – ed è questo il punto centrale – del sostegno americano alla difesa del Qatar stesso, oltre che dell’importanza di un coordinamento stretto e continuo per fronteggiare le minacce e promuovere stabilità e sicurezza in tutta l’area mediorientale. La mediazione, insomma, si intreccia con la più ampia architettura di sicurezza regionale; e lo Stato del Golfo si conferma, agli occhi di Washington, un alleato imprescindibile.
La minaccia delle Guardie Rivoluzionarie iraniane
Sullo sfondo di questi colloqui – che secondo quanto anticipato da Axios rappresentano un tassello degli sforzi per un accordo sulla chiusura del conflitto – si staglia però l’inquietante avvertimento giunto dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Il loro comandante delle forze navali, citato dai media locali, ha dichiarato che qualsiasi attacco americano contro petroliere o navi mercantili della Repubblica islamica verrà contrastato con un “attacco severo”, indirizzato non solo contro una delle basi statunitensi nella regione ma anche contro “navi nemiche”. È una minaccia che non lascia spazio ad ambiguità: Teheran, attraverso il potentissimo paramilitare, alza il tiro proprio mentre il canale diplomatico rimane aperto ma paralizzato dall’attesa di una risposta che tarda ad arrivare.
L’attesa per la risposta di Teheran alla proposta di Trump
La proposta di pace avanzata dal presidente Donald Trump, della quale si è fatto portavoce l’intero apparato diplomatico guidato da Rubio, resta dunque in un limbo che la mediazione qatariota cerca di sciogliere. L’incontro di Miami – che ha visto la partecipazione anche di Witkoff, figura chiave dell’amministrazione per i dossier più spinosi – è servito a ribadire l’asse con Doha, ma non ha prodotto, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, nessuna svolta immediata. Le Guardie Rivoluzionarie, nel frattempo, mantengono alta la tensione: la loro è una strategia di pressione parallela ai negoziati, volta a scoraggiare qualsiasi azione militare statunitense mentre i mediatori lavorano per scongiurarla. Un equilibrio fragile, dove ogni passo falso potrebbe far saltare l’intero impianto negoziale.




