Il peso della maternità in Italia: solo il 58% delle donne con figli piccoli lavora, l’Emilia-Romagna è la regione più “amica delle madri”
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Redazione Interno
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L’undicesimo rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, diffuso da Save the Children in collaborazione con l’Istat, dipinge un quadro impietoso del nostro Paese, dove diventare madre continua a rappresentare un ostacolo insidioso per la carriera e la stabilità economica. Non è l’ingresso nel mondo del lavoro, spiegano gli analisti, a costituire il nodo più critico – giacché la maggior parte delle donne avvia un percorso professionale prima di avere un figlio – quanto piuttosto la sua tenuta. I numeri, del resto, parlano chiaro: solo il 58,2 per cento delle madri con figli in età prescolare risulta occupata, una fotografia che certifica l’esistenza di una vera e propria “child penalty” e che, per la prima volta da anni, registra un peggioramento diffuso in tutte le regioni.
La classifica delle regioni e il sorpasso dell’Emilia-Romagna
La ricerca, che ha elaborato un Mothers’ Index basato su quattordici indicatori suddivisi in sette ambiti (Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza), assegna il titolo di regione più “amica delle madri” all’Emilia-Romagna. Con un punteggio di 110,115, il territorio emiliano ha così sorpassato la Provincia Autonoma di Bolzano (ferma a 106,334), mentre la Valle d’Aosta (105,718) è tornata sul podio dopo il forte arretramento che ne aveva caratterizzato l’edizione precedente. Se si osservano le posizioni di coda, è tuttavia la Sicilia a occupare l’ultimo gradino della graduatoria, mentre la Basilicata – pur restando in fondo alla classifica – riesce a non essere più l’ultima per la prima volta in quattro anni, lasciandosi alle spalle proprio l’isola.
Lavoro e divario di genere: i numeri della “child penalty”
L’analisi dei dati relativi all’occupazione rivela una disparità strutturale che penalizza pesantemente le donne nel post-partum. Se si considera la fascia d’età 25-54 anni, il tasso di occupazione delle madri con almeno un figlio minore crolla drasticamente rispetto a quello delle coetanee senza figli, e la situazione peggiora ulteriormente all’aumentare del numero dei nati. A essere particolarmente esposte sono le giovanissime: nel settore privato, una lavoratrice under 35 su quattro abbandona il lavoro nell’anno successivo alla nascita del primo figlio, una quota che supera di gran lunga quella registrata tra le over 35. A ciò si aggiunge una penalizzazione salariale che, nel privato, può toccare punte del 30 per cento, segno evidente di come la genitorialità in Italia continui ad allontanare i percorsi retributivi di uomini e donne.
Il carico della cura e i servizi sul territorio
A monte di queste difficoltà, spiegano gli estensori del rapporto, c’è la consueta distribuzione asimmetrica del lavoro domestico e di cura. Mentre le donne dedicano in media quattro ore al giorno al lavoro non retribuito di accudimento – con il relativo e gravoso carico mentale – gli uomini vi si dedicano per meno di un’ora e mezza. È in questo squilibrio, che sintetizza una complessità di fattori legati ai ruoli di genere, che risiede la sfida impossibile di mantenere gli stessi ritmi e le stesse retribuzioni dopo essere diventate madri. Le difficoltà si acuiscono lungo la penisola in maniera diversa: se al Nord il tasso di occupazione delle mamme con figli minori si attesta al 73,1 per cento, nel Sud e nelle Isole la percentuale frana drammaticamente al 45,7 per cento, rivelando una frattura territoriale che attraversa anche la qualità e la capillarità dei servizi educativi per la prima infanzia.




