De Gregori e il suo “Nevergreen”: “A Sanremo non ci andrò mai, lo giurai la notte della morte di Tenco”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Niente “Generale”, niente “Donna Cannone”, e neppure “Rimmel” (fatta eccezione per la sola “Buonanotte Fiorellino”, destinata a chiudere ogni serata come un rituale), perché il progetto che Francesco De Gregori ha battezzato “Nevergreen (Perfette Sconosciute)” nasce dall’esigenza – o forse dal vezzo – di sovvertire ogni aspettativa del suo pubblico.

Nel corso della conferenza stampa di presentazione tenutasi a Milano, il cantautore romano ha delineato i contorni di un tour che lo vedrà impegnato in due residenze teatrali, la prima al Sala Umberto di Roma a partire dal 27 ottobre e la seconda al Teatro Out Off di Milano dal 25 novembre, precedute dall’uscita di un album live (il 16 ottobre) e da un docufilm firmato da Stefano Pistolini che andrà in onda su Rai 3 il 4 giugno.

La definizione “Nevergreen”, ha spiegato lo stesso De Gregori con una punta di ironia riferendosi a un “innesto maccheronico” della lingua inglese, vuole indicare proprio quelle canzoni che non sono mai diventate famose (e che forse tali rimarranno), in netta contrapposizione alla logica dei grandi successi che governa l’industria discografica contemporanea.

Il peso di un giuramento fatto a sedici anni

Tra i tanti argomenti affrontati durante la lunga chiacchierata – alcuni sfiorati con la consueta delicatezza, altri colpiti con la convinzione di chi non ama le mezze misure – c’è stato anche il motivo per cui Francesco De Gregori, in decenni di carriera, non ha mai messo piede sul palco dell’Ariston. “Avevo 16 anni e già pensavo di fare il cantante, amavo i cantautori e volevo scrivere anche io”, ha raccontato il Principe a margine dell’incontro, rivelando che fu la tragedia di Luigi Tenco a segnare per sempre il suo rapporto con la kermesse ligure.

“Quella sera giurai che non sarei mai andato a Sanremo a nessuna condizione”, ha aggiunto, spiegando con questa lontana promessa l’assenza costante dalla manifestazione, sia come concorrente che come ospite d’onore. Un’assenza che non è mai stata oggetto di ripensamenti, e che De Gregori ha ribadito con la fermezza di chi considera quel gesto estremo una ferita ancora aperta nella storia della canzone italiana.

La crisi d’ispirazione e il rifiuto del “gigantismo” musicale

La sincerità, talvolta disarmante, dell’intervista ha toccato anche la sfera strettamente personale della produzione artistica, laddove De Gregori ha ammesso una sorta di stanca creativa che perdura da circa dieci anni. “Saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me”, ha confessato, precisando tuttavia di non farne un dramma: tecnicamente sarebbe in grado di scrivere un brano anche in un pomeriggio, ma senza quella “molla” interiore l’operazione perderebbe di senso.

“In questo mestiere non si va in pensione per età, ma quando ti stanchi tu o lo fa il pubblico. Quando succederà, non farò annunci: sparirò e basta”, ha aggiunto, rivelando un’idea del ritiro scevra da clamori mediatici. Contestualmente, il cantautore ha espresso un netto rifiuto per il “gigantismo” dell’industria musicale odierna, dichiarando di provare fastidio per termini come “sold out” e sottolineando che la musica vera spesso nasce dal basso, come accadde per lui al Folkstudio di Roma.

Un controcanto agli algoritmi e la difesa della canzone d’autore

In un’epoca in cui le playlist sono spesso dettate da logiche algoritmiche, De Gregori ha voluto dare al suo “Nevergreen” anche una valenza polemica, quasi etica. “Oggi è l’algoritmo che decide cosa produrre o promuovere, io non gli do retta”, ha tuonato il cantautore, osservando come una canzone come “Rimmel” – se fosse scritta oggi da un ventenne – probabilmente non troverebbe spazio nei circuiti commerciali.

Non si tratta, ha precisato, di un attacco alla musica contemporanea in sé, ma al sistema che governa le scelte, un sistema che premia i numeri a scapito della profondità del testo. Da qui la scelta di esibirsi in luoghi dalla capienza ridotta (421 posti a Roma, 200 a Milano), dove l’intimità con lo spettatore possa ricreare quelle condizioni di ascolto autentico che il “Principe” ritiene ormai perdute nei grandi circuiti.

I biglietti, va ricordato, sono già in vendita sui circuiti abituali come Ticketone, mentre l’appuntamento televisivo con il docufilm del 4 giugno rappresenta una rara apertura del cantautore al mezzo televisivo, che pure non ama frequentare.

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