De Gregori e quel giuramento dopo la morte di Tenco: «Mai a Sanremo, a nessuna condizione»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre il cantautore, che aveva allora soltanto sedici anni, già sognava di fare della musica la sua vita e amava profondamente i colleghi che raccontavano storie vere, l’eco di quella revolverata nella stanza dell’hotel Savoy (un gesto estremo che, come hanno scritto in molti, avrebbe poi generato il mito della canzone d’autore) lo raggiunse come un macigno.

Ed è proprio in quella circostanza, di fronte a quello che considerò un rifiuto categorico del sistema verso l’arte, che Francesco De Gregori ha raccontato di aver stretto un patto con se stesso: non avrebbe mai calcato il palco dell’Ariston, «a nessuna condizione», né in gara né come ospite. Una promessa, quest’ultima, che ha scandito l’intera sua carriera e che ribadisce oggi con la stessa secchezza di allora, soprattutto mentre presenta un progetto musicale che è, di fatto, l’antitesi della kermesse sanremese.

Nevergreen, il controcanto al gigantismo dell’industria musicale

Proprio a Milano, quel cantautore che non ama definirsi tale e che ha da poco spento le candeline di un’età che gli consente di guardarsi indietro senza troppi rimpianti, ha svelato i dettagli della sua prossima avventura live. Si chiama “Nevergreen (Perfette sconosciute)”, un titolo volutamente maccheronico – come a volersi scusare per l’ibrido linguistico – che serve per avvertire subito il pubblico: in scaletta non ci saranno i grandi hit come “Rimmel” o “La donna cannone”.

L’artista romano, che ha iniziato la sua carriera in un piccolissimo locale (e ama ricordarlo per tenere i piedi per terra), si dice imbarazzato da quello che definisce il «gigantismo» della musica contemporanea, una corsa ossessiva ai numeri e ai “sold out” – termine che, ammette candidamente, gli provoca addirittura fastidio. Con queste nuove residenze, quindi, De Gregori cerca un rapporto di pura vicinanza con la platea, lontano dai riflettori accecanti della televisione generalista o dei palazzetti.

Il progetto, che vede il cantautore circondato dalla sua band storica per eseguire brani raramente proposti dal vivo, è nato lo scorso autunno proprio al Teatro Out Off di Milano, dove ha creato una forte empatia tra il palco e le poltrone. Da quella felice esperienza è scaturito un docufilm diretto da Stefano Pistolini – che l’artista definisce un «film grunge», lontano dalla patina oleografica dei tradizionali ritratti televisivi – e che verrà trasmesso in prima serata su Rai3 il 4 giugno.

Le telecamere, in questo caso, non sembrano tradire lo spirito dell’operazione: raccontare la musica dal basso, quasi in sordina, per restituire dignità a quelle canzoni che il mercato ha volutamente ignorato.

L’imbarazzo per i proclami e la paura del palco

In quella stessa conferenza milanese (dove i giornalisti affollavano un teatro intimo, forse anche troppo stretto per contenere l’attenzione mediatica), De Gregori ha lasciato cadere un’altra riflessione che non passa inosservata, specialmente in un’epoca in cui ogni artista sente il dovere di schierarsi. Il “Principe” (soprannome che non ama particolarmente) ha confessato di provare un certo imbarazzo – parola usata più volte durante l’incontro – quando un uomo di spettacolo vuole assumere una posizione netta e apodittica su questioni complesse.

«Le cose vanno analizzate con cura», ha tagliato corto, spiegando che il proclama lo lascia indifferente e che non sente suo il ruolo di colui che deve sensibilizzare il pubblico; una dichiarazione, questa, che probabilmente non mancherà di far discutere chi invece crede nell’artista come intellettuale impegnato. D’altronde, coerente con il suo stile schivo, De Gregori non ha mai cercato la piazza né il consenso a tutti i costi, preferendo sparire quando l’ispirazione scema piuttosto che svendersi.

Il ritorno a Roma tra date ed esauriti

A proposito di numeri – quelli che tanto gli stanno stretti – il calendario delle esibizioni è già fitto e destinato a registrare il tutto esaurito nonostante la formula volutamente di nicchia. Dopo il successo meneghino, infatti, il cantautore sarà di scena a Roma dal 27 ottobre al 15 novembre, portando la sua “carovana” al Teatro Sala Umberto, un luogo che garantisce quella cura dei dettagli sonori e quella vicinanza fisica che lui predilige.

La formula, lo ribadisce ancora una volta, è semplice e disinnescante: ogni sera la scaletta cambierà, sarà una scoperta anche per i musicisti che lo accompagnano, e nessuno potrà lamentarsi se non sentirà la hit che si aspettava. De Gregori, del resto, sa bene che esiste un pubblico di “talebani” (la sua parola, non certo la nostra) che conosce a memoria anche le canzoni mai trasmesse alla radio, e a loro dedica questo lavoro certosino di cesello musicale.

In un panorama discografico che premia la velocità e l’effimero, lui sceglie consapevolmente di rallentare, quasi a voler dimostrare che la bellezza può sopravvivere anche fuori dai riflettori del festival.

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