Sinner e Alcaraz, un duopolio che riscrive il tennis mondiale
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Redazione Sport
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Date un’occhiata alla classifica Atp, quella che non mente mai: tra Jannik Sinner, saldo al secondo posto con 10.000 punti, e Alexander Zverev, che ne custodisce 4.960 nel suo terzo posto, si spalanca un divario di 5.040 lunghezze. Una distanza, per dare la misura della quale basta osservare che è superiore a quella che separa lo stesso Zverev dall’ultimo tennista in graduatoria, il quale ha raccolto un solo, minuscolo punto. Ciò che emerge, al di là dei freddi numeri, è una realtà inconfutabile: Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, che si contendono il titolo alle Atp Finals di Torino, praticano ormai uno sport diverso, mentre i restanti duemila e passa professionisti ne disputano un altro, con regole e aspettative profondamente modificate.
Un dominio annunciato e le voci della competizione
«Ho pa…», aveva iniziato a dire Diego Nargiso, prima di sviluppare un concetto che va ben oltre la semplice constatazione di un momento favorevole. Secondo l’esperto, infatti, quello di Sinner e Alcaraz non è un picco temporaneo ma un “dominio lungo”, destinato a protrarsi nel tempo e a caratterizzare la scena per i prossimi anni. Una prospettiva, la sua, che boccia senza appello ipotesi come una Superlega del tennis, vista come una risposta inadeguata a quella che alcuni percepiscono come “noia”, ma che altri interpretano come l’inizio di un nuovo, affascinante capitolo. D’altronde, come sottolineato da Renzo Furlan analizzando la finale torinese, “questa è la sfida che tutti aspettavamo”, uno scontro mentale tra “due filosofie di gioco estremamente diverse ma vincenti”, che hanno saputo spartirsi i Major della stagione.
Il coro di consensi e l'ombra dei Big Three
A suffragio di questa tesi si è espresso anche Boris Becker, il quale ha riconosciuto le altissime probabilità che le Finals finiscano nelle mani di uno dei due fenomeni, definiti “davvero in gran forma”. Il campione tedesco ha però gettato uno sguardo anche oltre il duello, rammaricandosi per una figura come Zverev, che pure possiede il talento per insidiare entrambi, specialmente sul veloce indoor, ma che fatica a esprimere con continuità il suo tennis migliore. È proprio questo divario, così netto e apparentemente incolmabile, a far sorgere spontanei i paragoni con l’epoca che ha appena concluso la sua parabola: l’era di Federer, Djokovic e Nadal. Se ne è fatto portavoce, seppur a malincuore, Taylor Fritz, il quale, dopo una semifinale, ha ammesso con sconsolata franchezza di essere entrati nell’“epoca dei Big Two”, una definizione che racchiude in sé tanto l’ammirazione per i due campioni quanto l’amarezza di un circuito che fatica a tenerne il passo.
La nuova geografia del tennis e le sue implicazioni
Il confronto con il trio leggendario, che per quasi due decenni ha monopolizzato lo sport, è inevitabile e porta con sé una riflessione sulla narrazione tennistica. Mentre Federer, Djokovic e Nadal, con le loro rivalità incrociate e i loro stili unici, offrivano una trama ricca di colpi di scena e punti di vista, l’attuale duopolio, sebbene di straordinario livello qualitativo, rischia di appiattire la competizione. È lo stesso Fritz a parlare di un “impoverimento della trama sportiva”, un sentimento che, al di là dei risultati strettamente tecnici, aleggia negli ambienti del tennis. Ciò non toglie che entrambi i giovani campioni, consolidando il loro strapotere, possano realisticamente mettere nel mirino un obiettivo che pochi nella storia hanno centrato: il Career Grand Slam, un’impresa che andrebbe a sigillare ulteriormente la loro egemonia e a scrivere una pagina completamente nuova negli annali di questo sport.




