La sinistra fermi il clima d’odio che accende la campagna per il referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il deputato di Fratelli d’Italia Marco Cerreto, che ricopre l’incarico di capogruppo in Commissione agricoltura, ha sollevato oggi alla Camera una questione che investe il cuore del dibattito politico nazionale, riguardante le modalità con cui una certa opposizione sta conducendo la campagna per il referendum sulla giustizia. Secondo quanto riferito dal parlamentare, un partito politico, che non viene esplicitamente nominato ma che è chiaramente identificabile come forza di sinistra, avrebbe avviato la distribuzione di un volantino nel quale non solo si sollecita apertamente il voto di massa contro la riforma, ma si è scelto di accompagnare il messaggio con un’immagine della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ritratta capovolta. Una rappresentazione, questa, che supera la dialettica tradizionale e che a giudizio di Cerreto costituirebbe l’emblema di una deriva ormai consolidata, lontana dai canoni del confronto democratico e dalle pratiche politiche ordinarie che dovrebbero regolare la competizione tra schieramenti opposti.

Il simbolismo violento della propaganda contro il referendum

Non si tratta, però, di un episodio isolato o di una semplice iniziativa di propaganda, per quanto sopra le righe, giacché l’immagine della premier a testa in giù non è fine a sé stessa ma richiama, nella sua crudezza visiva, la fine di Benito Mussolini, un’iconografia che porta con sé un carico di violenza storica innegabile. Un altro esponente del partito di maggioranza, Augusta Montaruli, è intervenuta sulla questione definendo il materiale diffuso come “choc” e bollando la strategia comunicativa del “No” come una forma di propaganda becera e violenta. L’oggetto della polemica, infatti, non è il semplice dissenso politico – che in una democrazia è non solo legittimo ma fisiologico – bensì la scelta stilistica e contenutistica di utilizzare l’effigie del capo del governo stravolta e capovolta, quasi a voler simboleggiare un rovesciamento forzato dell’ordine costituito. Il volantino in questione, firmato da collettivi e sigle antagoniste, invita alla mobilitazione con lo slogan esplicito di “cacciare il governo Meloni”, e la data del voto referendario viene così incorniciata in una prospettiva che esula dalla mera valutazione di merito sulla riforma della giustizia.

L’ospitalità a Montecitorio e la reazione della maggioranza

A rendere il quadro ancora più complesso e, per certi versi, paradossale, è la circostanza che alcuni degli stessi individui che promuovono questa linea di comunicazione, e che appartengono a quelle realtà definite antagoniste e vicine ad ambienti dell’islamismo italiano, siano stati ricevuti e abbiano preso la parola in un’aula della Camera dei deputati. Il fatto che abbiano potuto esprimere le proprie posizioni all’interno del Palazzo, ospiti di un gruppo parlamentare come il Movimento 5 Stelle, aggiunge un ulteriore strato di tensione alla vicenda, perché contrappone il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, che è sacrosanto, all’utilizzo di simbologie che evocano la morte e il sangue. La maggioranza, attraverso le parole dei suoi rappresentanti, ha sottolineato questa incongruenza, chiedendosi come si possa predicare la democrazia e al contempo restare in silenzio, o peggio ancora giustificare, manifestazioni di odio che assumono forme così esplicite e preoccupanti.

La degenerazione del linguaggio politico nel merito della riforma

In definitiva, al di là del merito della riforma della giustizia sulla quale gli italiani saranno chiamati a esprimersi, ciò che emerge da questa vicenda è una preoccupante tendenza alla degenerazione del linguaggio politico, che non si limita più alla critica delle idee ma si concentra sulla delegittimazione della figura istituzionale del presidente del Consiglio. L’immagine della premier a testa in giù, che alcuni hanno paragonato ai tristi episodi di figuranti che ne hanno rappresentato il rogo o l’uccisione in piazza durante manifestazioni di piazza, segna un confine valicato. Non è solo un attacco a Giorgia Meloni, ma un attacco al principio stesso di rappresentanza democratica, e la scelta di veicolare il messaggio per il “No” attraverso questo tipo di linguaggio visivo rischia di inquinare il dibattito pubblico, spostando l’attenzione dal confronto sulle ragioni del voto a una guerra di simboli che non appartiene alla tradizione civile del confronto repubblicano.

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