Il bitcoin è sceso a 60.000 dollari, cancellando i guadagni post-elettorali
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Redazione Economia
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La settimana che si è appena chiusa, e più precisamente la giornata di giovedì 5 febbraio, ha consegnato agli operatori del settore delle criptovalute una lezione severa, forse una delle più violente degli ultimi anni, se si escludono i crolli sistemici legati a scandali specifici come quello di FTX. Il bitcoin, la regina indiscussa di questo ecosistema finanziario parallelo, ha improvvisamente accelerato la sua discesa, iniziata già nei mesi precedenti, andando a toccare quota 60.033 dollari, un livello che non si vedeva dall’autunno del 2024 e che ha di fatto spazzato via tutto il rally rialzista che aveva fatto seguito alla vittoria elettorale di Donald Trump. Un’impennata, quella post-voto, che aveva spinto molti analisti a formulare previsioni da capogiro, parlando di 250.000 o addirittura 400.000 dollari, previsioni che ora, con il senno di poi, appaiono come il classico grido d’entusiasmo di un mercato in preda all’euforia più che come solide analisi di fondamentali -6. Il rimbalzo tecnico, che nei giorni immediatamente successivi ha riportato la quotazione intorno ai 66.000 dollari, non sembra per ora scalfire un quadro che appare strutturalmente mutato, e molti interpreti, come Geoffrey Kendrick di Standard Chartered, non escludono ulteriori cedimenti, ipotizzando una discesa fino a 50.000 dollari qualora non dovesse tenere il supporto psicologico e tecnico dei 58.000-60.000, area in cui transita tra l’altro la media mobile a 200 settimane, storicamente un baluardo difensivo in passate fasi ribassiste -4-8.
Fattori macroeconomici e la fine dell’eccezionalismo cripto
A determinare questo repentino cambio di rotta non è stato un singolo evento dirompente, ma piuttosto la convergenza di più fattori, una sorta di tempesta perfetta che ha colto il mercato in una fase di vulnerabilità. In primo luogo, pesa come un macigno il mutato scenario macroeconomico: le attese di una politica monetaria meno accomodante da parte della Federal Reserve, combinate con la nomina di Kevin Warsh alla presidenza, hanno riaperto il capitolo dell’incertezza sui tassi d’interesse, spingendo gli investitori a riconsiderare l’esposizione verso asset ritenuti rischiosi -1. Parallelamente, il deludente andamento dei cosiddetti titoli tecnologici, in particolare quelli legati al comparto dell’intelligenza artificiale, ha innescato un meccanismo a catena: il bitcoin, che negli ultimi anni ha mostrato una crescente correlazione con il Nasdaq 100 e più in generale con gli indici azionari USA, ne ha seguito passivamente la traiettoria discendente, dimostrando ancora una volta di non essere quell’asset decorrelato che molti dei suoi sostenitori avevano dipinto -10. La narrazione del bitcoin come oro digitale, come riserva di valore in grado di proteggere dalle turbolenze dei mercati tradizionali, ne esce indebolita, poiché la sua reazione è stata quella di un classico bene ciclico ad alto beta, amplificando le perdite del comparto tech.
Emorragia dagli ETF e la resa dei minatori
Se il contesto esterno ha fornito la miccia, sono state le dinamiche interne al mercato cripto a innescare l’esplosione. Un ruolo cruciale, in tal senso, lo hanno giocato gli ETF spot sul bitcoin, quei fondi negoziati in borsa che negli Stati Uniti avevano rappresentato il principale veicolo di ingresso per gli investitori istituzionali. Dopo mesi di flussi ininterrotti, che avevano contribuito a sostenere le quotazioni, a inizio 2026 si è assistito a un’inversione di tendenza, con deflussi netti che hanno privato il mercato di un fondamentale sostegno -6. A questo si è aggiunta la pressione venditrice dei cosiddetti minatori: con il prezzo sceso abbondantemente al di sotto della soglia di redditività, stimata da JPMorgan intorno ai 77.000 dollari, molte imprese di mining si sono trovate costrette a liquidare le proprie riserve di bitcoin per far fronte ai costi operativi, innescando un circolo vizioso di vendite che ha ulteriormente depresso le quotazioni -5-10. La redditività del settore ha toccato i minimi da quattordici mesi, e aziende come Marathon Digital o Riot Platforms hanno visto i loro titoli azionari crollare a doppia cifra, in un effetto domino che ha coinvolto l’intera filiera.
Leva eccessiva e il deleveraging forzato
Un ulteriore elemento di fragilità, che le cronache di queste settimane hanno messo in luce, è la persistenza di un uso massiccio della leva finanziaria. Nonostante i richiami alla prudenza e le amorevoli lezioni del passato, il mercato delle criptovalute continua a essere caratterizzato da un’elevata propensione al rischio, con posizioni aperte che amplificano i movimenti, sia in rialzo che in ribasso. Il brusco calo dei prezzi ha innescato una cascata di liquidazioni forzate: si parla di oltre 1,6 milioni di trader coinvolti e di vendite per circa 20 miliardi di dollari in poche ore, un deleveraging violento ma, secondo alcuni osservatori, anche fisiologico, che aiuta a smaltire gli eccessi speculativi accumulati nei mesi precedenti -2. Questa fase, come notano Jasper de Maere di Wintermute e altri analisti, rappresenta più un aggiustamento naturale del mercato che l’inizio di una nuova crisi strutturale, ma la rapidità e l’intensità del movimento hanno riportato alla mente i fantasmi del passato, quando interi segmenti dell’ecosistema crypto venivano spazzati via nel giro di poche ore -1. La differenza sostanziale, rispetto al 2022, risiede nell’assenza, per ora, di un default specifico, di un “nome” attorno a cui si coagula il panico; il sell-off è generalizzato e trasversale, sintomo di una ritirata dagli asset rischiosi più che di una sfiducia mirata.




