Borse in rosso e petrolio a 100 dollari, l’Europa trema e Milano azzera i guadagni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il clima di incertezza che da settimane avvolge i mercati finanziari europei, alimentato dall’escalation delle tensioni in Medio Oriente e dallo stallo diplomatico tra Stati Uniti e Iran, ha trovato oggi una nuova e pesante conferma. Sebbene Wall Street continui a viaggiare sui massimi – trainata, come ormai consueto, dai numeri positivi delle trimestrali e dalle illimitate prospettive dell’intelligenza artificiale – le Borse del Vecchio Continente hanno chiuso la seduta del 22 aprile in netto arretramento. Milano ha ceduto lo 0,25%, azzerando di fatto i timidi guadagni delle sedute precedenti; Francoforte e Parigi hanno fatto peggio, con la seconda che ha lasciato sul terreno quasi un punto percentuale (-0,96%), mentre Londra è scivolata di pochi centesimi sotto la parità.

Il greggio torna a correre, lo Stretto di Hormuz congela gli animi

Il detonatore di questo nuovo nervosismo è, ancora una volta, il prezzo del petrolio. Il Brent, dopo una settimana di altalenanti equilibri, è risalito con decisione oltre la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Le preoccupazioni riguardano il transito delle navi cisterna nello Stretto di Hormuz, un punto nevralgico per l’approvvigionamento energetico globale dove le recenti azioni militari – neppure smentite del tutto – hanno riacceso la paura di un blocco o di un sabotaggio sistematico. A Piazza Affari, conseguentemente, si è assistito a un duplice movimento: da un lato i titoli bancari e quelli industriali hanno subito pressioni consistenti, dall’altro hanno accelerato le società petrolifere e dell’impiantistica energetica, inevitabilmente avvantaggiate da un rincaro della materia prima.

Confindustria: “Se la guerra dura fino a fine anno, la recessione è quasi certa”

A margine dell’evento “India-Italy: Business Partner, Brighter Future”, organizzato dal Sole 24 Ore e da Banco Bpm, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha fornito una lettura lucida – e per nulla rassicurante – degli scenari macroeconomici legati al conflitto in Medio Oriente. «Abbiamo già detto quasi un mese fa – ha spiegato Orsini – che se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil; se continuassimo così per ancora altri tre mesi saremmo allo zero; se arriviamo a fine anno, al rischio di recessione noi abbiamo quasi certezza di arrivarci». Un allarme che, tradotto in termini di fiducia degli investitori, spiega in parte la debolezza mostrata oggi dai listini europei: nessuno sconta più una risoluzione rapida delle ostilità, e ogni rincaro del greggio diventa un moltiplicatore di incertezza.

Milano frena sui massimi annuali, banche e industriali sotto pressione

Nonostante i record toccati nelle scorse settimane, Piazza Affari ha mostrato i muscoli solo in apertura, per poi cedere progressivamente terreno. Il Ftse Mib ha infatti azzerato i guadagni intorno a metà seduta, trascinato in basso dai pesi massimi del credito e della manifattura. Le trimestrali attese nei prossimi giorni – specie quelle delle grandi banche – non sono riuscite a fungere da argine, sovrastate dalla morsa petrolifera. In controtendenza, come detto, il comparto energy: Eni, Saipem e le altre società legate al ciclo degli idrocarburi hanno guadagnato terreno, cavalcando la corsa del Brent oltre i 100 dollari. Un comportamento, questo, che conferma la frammentazione del mercato: da un lato chi teme una recessione da costo energetico, dall’altro chi ne trae profitto immediato. E intanto l’Europa guarda a Washington, dove Trump – presidente da ormai più di un anno – non ha ancora mostrato segnali di una svolta negoziale con Teheran, lasciando i trader in un limbo destinato a durare.

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