Borsa, la settimana nera della guerra in Iran: Milano -6,5%, volano gas e petrolio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La prima settimana di marzo si chiude con i listini del Vecchio continente in profondo rosso, e Piazza Affari non fa eccezione, registrando un calo del 6,5% che la colloca tra le piazze finanziarie più colpite dall’escalation militare in Medio Oriente. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, giunto ormai al settimo giorno, e la conseguente reazione della Repubblica islamica, hanno innescato una fuga dal rischio senza precedenti, con gli investitori che cercano rifugio nella liquidità mentre l’economia globale trattiene il fiato. Il sentiment degli operatori, già provato da un’inflazione ancora ostinata, è stato ulteriormente minato dall’incertezza che avvolge le catene di approvvigionamento energetico, un nervo scoperto per un sistema produttivo che, dopo la pandemia, aveva imparato a proprie spese quanto sia fragile l’equilibrio degli scambi internazionali.

Lo Stretto di Hormuz, l’ombelico del mondo dove si decide il prezzo dell’energia

Al centro di questa tempesta perfetta c’è un braccio di mare lungo circa 60 chilometri e largo 30, una sottile lingua d’acqua che separa l’Iran, a nord, dalla penisola arabica: lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio obbligato, che descrive una sorta di gomito tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, è diventato improvvisamente l’epicentro della cronaca internazionale, non solo per le operazioni belliche in corso, ma per la sua intrinseca natura di collo di bottiglia dell’economia globalizzata. Da qui transita circa un quarto della produzione mondiale di petrolio, e il fatto che i pasdaran iraniani ne abbiano rivendicato il controllo totale – con la conseguente paralisi del traffico di circa mille navi, metà delle quali cariche di idrocarburi per un valore stimato in oltre 25 miliardi di dollari – ha un effetto immediato sui prezzi, ben più devastante di qualsiasi altra azione militare convenzionale. Le compagnie di navigazione hanno dichiarato l’area zona di operazioni belliche, e gli armatori, di fronte al rischio concreto di vedere le proprie petroliere trasformate in bersagli, preferiscono tenere le proprie flotte al largo, interrompendo di fatto i flussi.

Il rally del greggio e le dichiarazioni di Trump che infiammano i timori

Il risultato di questa impasse si è tradotto in un’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche che non si vedeva da mesi. Il petrolio Brent, riferimento per i mercati europei, ha superato quota 90 dollari al barile, un livello che non toccava dall’inverno del 2024, balzando del 6,6% in una sola seduta e registrando un +26% nell’arco della settimana. Ancora più eclatante il dato sul Wti americano, che ha segnato un +33% complessivo, mentre il gas naturale, il cui future Ttf ad Amsterdam è il termometro delle ansie europee, ha visto le quotazioni volare del 63%, riportando alla memoria gli incubi della crisi ucraina. A innescare l’ulteriore balzo di giovedì sono state le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale, lungi dal cercare una mediazione, ha chiesto pubblicamente la resa incondizionata dell’Iran, alimentando nei trader la convinzione che il conflitto non si risolverà in tempi brevi e che le interruzioni alle forniture potrebbero diventare strutturali piuttosto che temporanee. Il mercato, in pratica, ha iniziato a prezzare un rischio duraturo, un premio geopolitico che gli analisti di Ing definiscono destinato a crescere finché non si ripristineranno i flussi attraverso Hormuz.

Le banche centrali e lo spettro di una nuova fiammata inflazionistica

Sulle Borse, da Francoforte a Parigi, da Londra a Madrid, il sell-off è stato generalizzato e violento, con l’indice Stoxx 600 che ha lasciato sul campo quasi il 5% e con Wall Street che, nonostante una minore dipendenza dal greggio iraniano, non è riuscita a sottrarsi alla tendenza negativa. L’indice coreano Kospi, particolarmente esposto in quanto quarto importatore mondiale di petrolio con una dipendenza quasi totale dal Medio Oriente, ha vissuto la seduta peggiore degli ultimi 46 anni, per poi rimbalzare il giorno successivo in un clima di volatilità che è ormai l’unica certezza per i trader. Intanto, il caro-energia inizia a riverberarsi sull’economia reale: in Italia, il prezzo del diesel ha toccato i 2 euro al litro, mentre il governo di Teheran, attraverso il Qatar, ha fatto sapere che i Paesi del Golfo potrebbero fermare del tutto l’export di energia, un’ipotesi che farebbe precipitare l’Europa in una nuova crisi. La reazione delle banche centrali è attesa con apprensione: una fiammata inflattiva dovuta al costo dell’energia potrebbe infatti indurre la Federal Reserve e la Bce a rinviare ulteriormente i tanto attesi tagli ai tassi d’interesse, con il primo intervento della banca centrale americana che il mercato ha già posticipato a settembre, complicando ulteriormente uno scenario macroeconomico già di per sé complesso.

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