Il ministro dell’energia del Qatar: “Il petrolio potrebbe arrivare a 150 dollari al barile”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra innescata il 28 febbraio dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e la conseguente reazione di Teheran che ha allargato il conflitto a diversi paesi del Golfo, sta producendo effetti a catena sui mercati energetici globali, con il prezzo del greggio che ha già superato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile e che, secondo le autorità del Qatar, potrebbe subire un’impennata ben più drammatica nelle prossime settimane. Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia di Doha, ha lanciato un allarme senza mezzi termini in un’intervista al Financial Times, ipotizzando che il barile possa arrivare a quota 150 dollari qualora il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi. Un’eventualità, quest’ultima, che appare tutt’altro che remota considerando che l’esercito iraniano ha già dichiarato la chiusura del passaggio, e i premi assicurativi per le navi in transito sono aumentati di quattro o cinque volte rispetto ai livelli normali, di fatto congestionando il traffico marittimo nell’area.

L’incognita Hormuz e la minaccia di una recessione globale

La preoccupazione espressa da al-Kaabi si fonda su un dato strutturale ineludibile: lo Stretto di Hormuz rappresenta un collo di bottiglia per circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e per una quota analoga di gas naturale liquefatto, con volumi che nel 2025 hanno raggiunto una media di 13 milioni di barili al giorno. L’interruzione delle esportazioni, ha spiegato il ministro, non sarebbe una scelta ma una conseguenza inevitabile del conflitto: i paesi del Golfo, ha dichiarato, potrebbero essere costretti a fermare la produzione nell’arco di pochi giorni, e anche qualora le ostilità cessassero immediatamente, il ripristino delle normali attività richiederebbe tempi tecnici nell’ordine di settimane o mesi. Il Qatar, secondo produttore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, ha già dichiarato lo stato di forza maggiore per il proprio impianto di Ras Laffan a seguito degli attacchi subiti, e al-Kaabi ha previsto che tutte le altre aziende energetiche della regione seguiranno l’esempio a breve.

L’impatto immediato sui mercati e le ripercussioni per l’Italia

I mercati hanno reagito con immediatezza alle dichiarazioni del ministro qatariota, con i futures sul Brent che hanno registrato un balzo superiore al 7%, attestandosi ampiamente sopra gli 87 dollari e avvicinandosi rapidamente alla soglia dei 90, mentre il WTI statunitense ha seguito la medesima traiettoria rialzista. Un incremento, quest’ultimo, che riflette non solo la tensione geopolitica ma anche la concreta difficoltà logistica creatasi nel Golfo Persico, con centinaia di imbarcazioni ferme nei porti e le petroliere che faticano a ottenere coperture assicurative. L’Italia, ha sottolineato Coldiretti in una lettera inviata al governo, è tra i paesi europei più esposti a questo shock: le importazioni di petrolio e derivati che transitano da Hormuz coprono quasi un quinto del fabbisogno nazionale, e l’aumento dei costi energetici colpisce direttamente settori nevralgici come l’agricoltura, dove il gasolio ha già registrato rincari fino al 35% in pochi giorni.

Le conseguenze sull’economia reale e la vulnerabilità europea

Se il blocco dovesse diventare effettivo e duraturo, ha avvertito il ministro al-Kaabi, le ripercussioni travalicherebbero il mercato dell’energia per investire l’intera economia globale, con una contrazione del PIL mondiale attesa nell’arco di poche settimane. L’Europa, e in particolare la Germania e l’Italia, si trovano in una posizione di vulnerabilità accentuata rispetto agli Stati Uniti, che grazie alla loro produzione interna possono limitare i danni sul fronte della sicurezza energetica subendo però comunque spinte inflazionistiche. Per le imprese agricole italiane, ha calcolato la Confederazione, i consumi energetici e i concimi rappresentano già un quarto dei costi intermedi, e nuovi rincari rischiano di tradursi immediatamente in aumenti dei prezzi al dettaglio per i consumatori, considerato che l’88% dei prodotti alimentari viaggia su gomma e la logistica può incidere fino a un terzo sul costo finale di frutta e verdura.

La posizione degli Stati Uniti e lo scenario dei prezzi

Donald Trump, tornato alla presidenza degli Stati Uniti, ha escluso qualsiasi possibilità di negoziato con Teheran parlando apertamente di resa incondizionata, mentre le agenzie internazionali come Bloomberg e UBS analizzano gli scenari possibili per l’andamento del greggio. Secondo gli analisti di UBS, gli attuali livelli di prezzo non rappresentano un equilibrio stabile: qualora le ostilità dovessero cessare e il traffico attraverso Hormuz riprendere, il Brent potrebbe tornare rapidamente in una forchetta compresa tra i 60 e i 70 dollari, ma l’escalation in corso rende questo scenario al momento ipotetico. L’unica alternativa parziale al blocco marittimo sarebbe rappresentata dagli oleodotti sauditi ed emiratini, ma la loro capacità complessiva, limitata a circa 6-7 milioni di barili al giorno, non sarebbe sufficiente a compensare l’interruzione dei flussi via mare, mentre per il gas del Qatar non esistono al momento rotte alternative praticabili.

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