Il congelamento dei beni iraniani e lo spettro di una crisi energetica globale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra innescata dall’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele sul suolo iraniano, e che ormai da quasi una settimana tiene in scacco l’intera regione del Golfo Persico, potrebbe aver raggiunto un nuovo, potenziale punto di svolta sul fronte economico. Secondo quanto riportato da fonti qualificate al Wall Street Journal e ripreso da diverse agenzie, gli Emirati Arabi Uniti starebbero seriamente valutando l’ipotesi di congelare beni iraniani per un valore di diversi miliardi di dollari, detenuti all’interno dello stesso Stato del Golfo. Una mossa di questo tipo, se venisse effettivamente attuata, avrebbe l’effetto di recidere uno dei principali canali attraverso cui Teheran, nonostante le sanzioni, ha continuato a mantenere un certo accesso alla valuta estera e alle reti commerciali globali. Gli Emirati, va ricordato, hanno rappresentato per anni un crocevia finanziario cruciale per imprese e soggetti iraniani intenzionati a eludere le restrizioni occidentali, e un’inversione di rotta così drastica da parte di Abu Dhabi colpirebbe probabilmente in modo diretto gli interessi economici dei Pasdaran, le cui attività commerciali nella regione sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento della comunità internazionale.

Lo Stretto di Hormuz e l’allarme del Qatar

Mentre si valutano nuove strette finanziarie, il quadro militare e logistico appare in rapido e preoccupante deterioramento. Il presidente americano Donald Trump, interpellato dalla NBC, ha ribadito con forza la sua posizione riguardo a un’eventuale escalation via terra, definendo l’invio di truppe di terra in Iran come una semplice “perdita di tempo”. Una dichiarazione che, se da un lato sembra escludere per ora un impegno diretto di fanteria, dall’altro non accenna a ridurre l’intensità della campagna aerea che, secondo il Pentagono, ha già raggiunto la cosiddetta “superiorità aerea”. Sul terreno, però, il conflitto si allarga a macchia d’olio: i Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro una petroliera a stelle e strisce al largo delle coste kuwaitiane e contro obiettivi militari in Iraq, mentre raid israeliani continuano a colpire le infrastrutture di Hezbollah in Libano. Le autorità del Bahrein, nel frattempo, hanno confermato che attacchi aerei hanno danneggiato due hotel nella capitale Manama, ulteriore segnale di come la rete degli interessi occidentali e dei loro alleati sia nel mirino di Teheran.

La conseguenza forse più drammatica e immediata di questa spirale bellica è però la paralisi che sta investendo lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale. Il traffico navale, come certificato dai dati di tracciamento, si è ridotto in maniera drastica: si parla di un calo che in alcuni frangenti ha toccato il 90%, con centinaia di navi, tra petroliere e portacontainer, ferme in rada o dirottate verso porti ritenuti più sicuri. A lanciare l’allarme più preoccupante è stato il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, in un’intervista al Financial Times. Al-Kaabi ha avvertito che se il conflitto dovesse protrarsi ancora per poche settimane, l’intera regione del Golfo potrebbe essere costretta a dichiarare lo stato di force majeure e a interrompere completamente le spedizioni di gas naturale liquefatto e greggio. Il Qatar, va ricordato, ha già dichiarato la force majeure dopo che un drone ha colpito il suo principale impianto di liquefazione a Ras Laffan, il più grande al mondo per capacità produttiva, gettando nell’incertezza i mercati energetici globali. Il blocco di Hormuz, ha spiegato il ministro, rende di fatto impossibile far transitare le metaniere, con il rischio concreto di vedere i prezzi del petrolio schizzare verso quota 150 dollari al barile nell’arco di poche settimane, con conseguenze potenzialmente devastanti per le economie occidentali e non solo.

La strategia della tensione sui mercati energetici

L’impennata dei costi assicurativi e la riluttanza degli armatori a rischiare le proprie navi in quelle che ormai sono considerate acque ad altissimo rischio stanno creando un effetto domino che va ben oltre la regione. Colossi del trasporto marittimo come Msc e Maersk hanno sospeso le prenotazioni per le merci dirette in Medio Oriente, mentre i noli delle superpetroliere sono più che raddoppiati. In questo scenario di fibrillazione, le parole di Trump – secondo cui “hanno perso tutto, hanno perso la loro marina” – sembrano più una dichiarazione d’intenti sulla volontà di annientare la capacità militare iraniana che un’analisi realistica delle complesse dinamiche in gioco. Il fatto che la Cina, principale partner commerciale di Teheran, abbia pubblicamente espresso il proprio sostegno all’Iran nella difesa della sua sovranità aggiunge un ulteriore livello di complessità a una crisi che rischia di riaccendere tensioni anche tra le grandi potenze globali.

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