Il prezzo del petrolio vola dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, corsa al rialzo anche per il gas

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare nel Golfo Persico, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha innescato una reazione immediata e violenta sui mercati energetici globali, una scossa tellurica le cui onde d’urto si stanno propagando attraverso le economie di mezzo mondo. La risposta di Teheran, che ha materialmente chiuso la navigazione nello Stretto di Hormuz, quel sottile e strategico corridoio d’acqua che separa la penisola arabica dall’Iran, ha di fatto bloccato una delle arterie vitali del commercio mondiale. È da lì, da quel passaggio obbligato largo poche miglia, che transita quotidianamente una frazione imponente del petrolio e del gas naturale liquefatto destinato ai mercati internazionali, una quantità che gli analisti quantificano attorno al venti per cento dell’intera produzione planetaria. La decisione di bloccare lo Stretto, un’azione che i Pasdaran avevano minacciato più volte in passato come ritorsione per eventuali aggressioni, ha trasformato la tensione geopolitica in una crisi energetica concreta e dai contorni ancora difficilmente prevedibili.

Il primo effetto, il più tangibile, è stato un balzo verticale delle quotazioni del greggio. Il Brent, il benchmark di riferimento per l’Europa, ha visto i propri valori schizzare verso la soglia psicologica degli ottanta dollari al barile, toccando in alcuni momenti della giornata picchi superiori con incrementi che hanno sfiorato la doppia cifra percentuale. Un’impennata che non si registrava da tempo e che ha subito acceso i riflettori sui listini delle borse, con le piazze asiatiche che hanno chiuso in profondo rosso e quelle europee che si apprestavano ad avviare le contrattazioni con il fiato sospeso. Analogamente, e con una volatilità persino più marcata, il mercato del gas ha reagito con un’esplosione dei prezzi: ad Amsterdam, dove ha sede il mercato TTF di riferimento per il Vecchio Continente, i future sono schizzati del ventidue per cento, portando il costo del megawattora a livelli che non si vedevano dall’inizio dell’anno precedente.

Centinaia di navi ferme, la logistica globale si riorganizza

L’ordine di chiusura dello Stretto di Hormuz, comunicato dalle autorità di Teheran, non è rimasto un atto puramente formale o propagandistico, ma si è tradotto in un ingorgo marittimo senza precedenti nelle acque circostanti. Collegandosi a Marine Traffic, la piattaforma che monitora in tempo reale i movimenti delle navi, si poteva osservare una folla silenziosa di scafi fermi: diverse centinaia tra petroliere, metaniere e portacontainer dei maggiori colossi della logistica mondiale, dalla Msc alla Maersk, hanno ricevuto l’ordine dai rispettivi armatori di non procedere verso il canale e di cercare rifugio in acque sicure o in porti considerati non a rischio. Una situazione di stallo che comporta, per il solo ritardo nelle consegne, un danno economico che gli esperti quantificano in centinaia di milioni di dollari al giorno, una cifra alla quale vanno aggiunti i premi assicurativi lievitati in modo esponenziale per navigare in quelle che ora sono a tutti gli effetti acque di guerra, e il problema dei carichi deperibili a bordo delle navi container. La reazione degli operatori, che hanno sospeso le prenotazioni per le merci dirette nell’area del Golfo fino a data da destinarsi, lascia presagire che la crisi, lungi dall’essere un fulmine a ciel sereno di breve durata, potrebbe protrarsi con conseguenze pesanti per le catene di approvvigionamento globali.

L’allarme dell’Egitto e l’incognita delle rotte alternative

Le ripercussioni del blocco, sebbene l’epicentro sia geograficamente circoscritto, si allargano a macchia d’olio toccando anche economie apparentemente distanti. L’Egitto, attraverso le parole del presidente Al-Sisi, ha lanciato un monito chiaro riguardo ai possibili contraccolpi sul canale di Suez, un’altra via d’acqua fondamentale per i commerci tra Oriente e Occidente. Un eventuale dirottamento del traffico petrolifero per lunghi periodi, o una sua drastica riduzione, avrebbe un impatto diretto sui transiti e quindi sugli introiti della via egiziana, già messa a dura prova dalle turbolenze degli ultimi anni. A differenza di quanto accaduto in passato con il blocco nel Mar Rosso, per Hormuz non esistono alternative praticabili via terra. Gli oleodotti che attraversano l’Arabia Saudita, seppur esistenti, non hanno una capacità tale da sopperire al volume di greggio che viaggia quotidianamente via mare, e questo rende lo Stretto di fatto insostituibile nel breve e medio termine, un collo di bottiglia la cui strozzatura rischia di soffocare gli approvvigionamenti di un’Europa già provata dalla crisi energetica. L’unico movimento in controtendenza, in questo scenario, è stato quello dei titoli petroliferi come Saudi Aramco, letteralmente trainati al rialzo proprio dalle aspettative di un prezzo del barile destinato a mantenersi su livelli elevati.

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