Guerra in Medio Oriente, l’effetto Hormuz si abbatte sull’economia europea
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Redazione Economia
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La prima settimana di marzo del 2026 verrà probabilmente ricordata come il momento in cui lo spettro di una crisi energetica globale è tornato a bussare prepotentemente alle porte dell’Europa, e non solo. L’escalation militare che ha coinvolto Israele, Stati Uniti e Iran ha rapidamente spostato l’asse della tensione dalle tradizionali rotte terrestri dei gasdotti siberiani al cuore pulsante dei commerci marittimi mondiali: lo Stretto di Hormuz. La decisione di Teheran di chiudere il passaggio, o quantomeno di renderlo inagibile a causa delle ostilità, ha di fatto paralizzato un’arteria attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale e una fetta significativa del gas naturale liquefatto, con conseguenze immediate sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento che hanno assunto da subito i contorni di una tempesta perfetta.
L’Europa, che nel 2022 aveva scoperto sulla propria pelle la vulnerabilità derivante dalla dipendenza dal gas russo, si trova oggi a fare i conti con una fragilità di natura diversa ma altrettanto insidiosa. Sebbene le importazioni dirette di idrocarburi dal Golfo Persico rappresentino una percentuale minoritaria del proprio fabbisogno, il meccanismo di formazione del prezzo nel mercato globale rende il Vecchio Continente estremamente sensibile a qualsiasi turbolenza in quella regione. La sospensione della produzione di GNL in Qatar, conseguente agli attacchi, ha provocato un’impennata del prezzo del gas al TTF olandese, che ha superato quota 50 euro al megawattora, riportando la tensione sulle bollette di famiglie e imprese. A questo si aggiunge il rincaro del greggio, con il Brent che ha sfondato il muro dei 90 dollari al barile, alimentando il timore di una nuova ondata inflazionistica che gli analisti non esitano a definire come il preludio a una possibile stagflazione, quella miscela letale di stagnazione economica e prezzi in corsa che le banche centrali temono più di ogni altra cosa.
L’impatto asimmetrico sulle economie e le contromosse della Cina
Se l’Europa subisce il contraccolpo principalmente attraverso il canale dei prezzi, per l’Asia la posta in gioco è direttamente fisica. La stragrande maggioranza del petrolio e del gas che esce dal Golfo, circa l’80% per l’oro nero e quasi il 90% per il metano, è infatti destinata ai mercati asiatici, con Pechino in prima linea tra i potenziali perdenti di questa crisi. La Cina, primo importatore mondiale di greggio, dipende per quasi la metà del suo fabbisogno dai produttori dell’area, e il blocco di Hormuz rischia di inceppare il motore della sua industria. Non stupisce, quindi, che Pechino abbia esercitato pressioni su Teheran affinché garantisse perlomeno il passaggio sicuro delle forniture a sé destinate, un tentativo di schermare la propria economia da una morsa che potrebbe rivelarsi soffocante. Parallelamente, Pechino ha già cominciato a mettere in atto contromisure, chiedendo alle proprie raffinerie di frenare le esportazioni di carburanti raffinati come diesel e benzina, con l’obiettivo di preservare le scorte interne e calmierare un mercato domestico che ha già visto i prezzi alla pompa aumentare a doppia cifra nell’ultima settimana.
Ripercussioni a catena: logistica, industria e carrello della spesa
L’onda d’urto del conflitto, però, non si ferma ai soli mercati energetici, ma si propaga attraverso l’intero sistema economico globale, investendo settori apparentemente distanti. L’aumento dei costi assicurativi per le navi che osano avventurarsi nel Golfo e la necessità di reindirizzare le rotte stanno già provocando ritardi e rincari nel trasporto marittimo di merci, una dinamica che rischia di rivitalizzare lo spettro dei colli di bottiglia nelle catene di fornitura. A farne le spese è anche il settore del trasporto aereo, con la chiusura parziale degli spazi sorvolo e il caro-carburante che si traducono inevitabilmente in un aumento dei biglietti, minacciando di raffreddare il flusso turistico. L’allarme, poi, si estende al settore primario: un terzo del commercio globale di fertilizzanti transita abitualmente attraverso Hormuz, e una loro penuria, come avvenuto all'indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, innescherebbe una nuova spirale al rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli, con conseguenze dirette sul carrello della spesa dei consumatori europei e italiani, già messi a dura prova dall’aumento dei costi energetici.
L’incertezza politica e il peso sulle economie nazionali
Mentre i ministri dell’Economia e delle Finanze dell’Unione Europea si riuniscono a Bruxelles per valutare l’impatto della crisi e monitorare una situazione ancora in piena evoluzione, i governi nazionali iniziano a fare i conti con le ripercussioni sui propri bilanci e sul tessuto produttivo. In Germania, dove il cancelliere Friedrich Merz aveva fatto della ripresa economica la propria bandiera, l’aumento dei prezzi dell’energia rischia di vanificare i timidi segnali di recupero, colpendo duramente l’industria chimica, siderurgica e meccanica, quelle a più alta intensità energetica. In Italia, l’allarme arriva da più fronti: Confcommercio stima un rincaro medio di 278 euro annui a famiglia per il gas e di 91 per l’elettricità, mentre Confartigianato mette in guardia sui 27,8 miliardi di export manifatturiero verso l’area del Golfo che rischiano di essere compromessi. A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione globale e interconnessa del conflitto, che ha visto persino infrastrutture digitali come i data center di Amazon Web Services nella regione finire nel mirino, a dimostrazione di come, nell’economia contemporanea, la guerra energetica e quella tecnologica siano ormai fronti difficilmente separabili.




