Hormuz, l’effetto a catena sulla bolletta e quel nuovo baricentro energetico americano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’intreccio tra le operazioni militari in corso e il destino dei mercati energetici si consuma in uno dei punti più strategici del pianeta, quello Stretto di Hormuz che, da settimane, è di fatto una trappola per oltre mille navi mercantili. Le ripercussioni di questo stallo non sono rimaste confinate ai terminali di carico sauditi o agli hub qatarioti, ma hanno già cominciato a ripercuotersi sulle economie importatrici, con l’Italia che, per struttura industriale e dipendenza logistica, si ritrova esposta più di altri partner europei a una tempesta perfetta. Il nodo, ora, non è soltanto la riapertura di quel passaggio, che resta incerta e legata agli equilibri di un conflitto imprevedibile, ma anche il nuovo ruolo che gli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, intendono giocare in questa partita.

Una paralisi che riscrive le rotte

I numeri, del resto, fotografano un’emergenza senza precedenti recenti. Se prima dell’escalation lo Stretto vedeva una media di 127 transiti giornalieri, negli ultimi giorni il traffico è crollato del 97%, con appena quattro attraversamenti registrati in una giornata tipo di inizio marzo. Non si tratta soltanto di petrolio, che pure ha visto il greggio toccare picchi superiori ai cento dollari al barile prima di un parziale rientro, ma di un'intera filiera produttiva che si inceppa. Le navi portacontainer cariche di beni di consumo, le rinfuse secche con i cereali e, aspetto forse meno noto ma ugualmente devastante, le chimichiere cariche di fertilizzanti, restano ferme in rada o incrociano nel Golfo di Oman in attesa di finestre di sicurezza che non arrivano. L’Unctad, l’agenzia Onu per il commercio, ha lanciato un allarme preciso: l’impennata dei costi dei noli, che per le petroliere destinate ai prodotti raffinati sono aumentati del 72% in pochi giorni, e il quadruplicare dei premi assicurativi contro i rischi di guerra, stanno creando una barriera economica che potrebbe rivelarsi duratura anche dopo un eventuale cessate il fuoco.

L’Italia nel mirino della speculazione

Il meccanismo di trasmissione dello shock, per l’economia italiana, è particolarmente diretto. Dai Paesi del Golfo, l’anno scorso, sono arrivate via mare oltre 14 milioni di tonnellate di prodotti energetici, una fetta non trascurabile del fabbisogno nazionale. Ma il danno più insidioso, forse, è quello che riguarda la filiera agroalimentare: Coldiretti ha denunciato come il blocco stia mettendo a repentaglio circa due miliardi di export verso i mercati mediorientali, mentre il costo del gasolio agricolo, alle stelle anche per le tensioni sulle raffinerie, ha spinto l’associazione a presentare esposti in procura contro possibili manovre speculative. Il rischio concreto, per il Paese, è quello di vedersi recapitare una fattura energetica che inra non solo il valore della materia prima, ma anche il premio per il rischio di una rotta che, al momento, è di fatto interdetta.

La supremazia americana come nuovo baricentro

In questo scenario di progressiva frammentazione delle rotte commerciali, la reazione americana assume i contorni di una strategia di lungo periodo. Trump, che non ha mai nascosto la sua visione transazionale delle alleanze, ha già fatto sapere che gli Stati Uniti potrebbero offrire assicurazioni e scorte militari per riaprire il passaggio, ma ha anche lasciato intendere che l’onere della difesa della libertà di navigazione non può ricadere solo sulle spalle di Washington. È in questo quadro che si inserisce l’annuncio francese di una missione "puramente difensiva" con la portaerei Charles De Gaulle, una mossa che però sottolinea, per contrasto, la supremazia logistica e militare americana nella regione. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la partita che si gioca a Hormuz ha un duplice volto: da un lato l’emergenza immediata delle bollette e degli approvvigionamenti, dall’altro la necessità di fare i conti con un fornitore di sicurezza, gli Stati Uniti appunto, che chiede un prezzo sempre più esplicito per la sua protezione.

La sfida cinese e l’ingorgo tecnologico

La complessità della crisi, poi, è amplificata dall’introduzione di variabili tecnologiche e geopolitiche inedite. Il jamming dei sistemi di posizionamento, che ha fatto apparire sui radar centinaia di navi in movimento a velocità impossibili o ferme nel deserto, trasforma lo Stretto in una zona d’ombra dove è difficile persino certificare la posizione delle unità in attesa. Alcune navi, nel tentativo di proteggersi, hanno iniziato a dichiarare via transponder di avere equipaggi cinesi o destinazioni in Cina, sperando che il legame con Pechino, principale partner commerciale di Teheran, funga da salvacondotto. Un espediente che la dice lunga sul livello di confusione e sul moltiplicarsi dei centri di potere con cui fare i conti. La Cina, del resto, è il principale importatore dell’area e un eventuale accordo sottobanco per il passaggio delle sue navi, ventilato da alcune fonti di intelligence marittima, ridefinirebbe ulteriormente gli equilibri, lasciando fuori dal gioco le marine mercantili europee.

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