Borsa, nuovo rosso per i listini europei: lo spettro della stagflazione torna a pesare sui mercati, Milano perde l’1%
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Redazione Economia
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L’allarme stagflazione, quel termine che gli economisti non pronunciavano con tale frequenza dai tempi della crisi petrolifera degli anni Settanta, è tornato a gelare i listini del Vecchio continente. Una nuova seduta di profondo rosso ha interessato le principali piazze finanziarie europee, strette nella morsa di una congiuntura che vede intrecciarsi pericolosamente il rallentamento della crescita economica con una rinnovata fiammata dei prezzi delle materie prime, trainata soprattutto dall’incessante corsa del petrolio. A Milano, il Ftse Mib, dopo aver toccato un ribasso che in giornata aveva superato il due per cento, ha chiuso le contrattazioni con un calo dell’uno virgola zero due per cento, pagando a caro prezzo il cedimento del settore bancario e in particolare di Mps, finita a fondo listino con una flessione del due virgola sette per cento. L’indice milanese non è stato certo un’eccezione, inserendosi in un contesto negativo che ha accomunato Francoforte, Parigi e Londra, tutte influenzate al ribasso anche dall’andamento incerto di Wall Street, dove i dati macroeconomici hanno deluso le attese.
Petrolio in rally e lo spettro di Hormuz: l’economia globale nella morsa del conflitto
Il vero detonatore di questa ennesima ondata di vendite, se si analizzano i dati di mercato, è da ricercare nell’escalation della guerra in Medio Oriente e nelle sue immediate ricadute sull’oro nero. Il Brent, dopo aver ampiamente superato la soglia psicologica dei novanta dollari al barile, ha visto un’accelerazione impressa non solo dalle operazioni belliche in corso, che hanno di fatto trasformato lo Stretto di Hormuz in una zona di guerra ad altissimo rischio, ma anche da un annuncio che ha gelato i trader. Il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha infatti paventato la concreta possibilità che i paesi del Golfo possano essere costretti a interrompere le proprie esportazioni energetiche nell’arco di poche settimane qualora il conflitto dovesse proseguire; uno scenario, quest’ultimo, che innescherebbe uno shock senza precedenti per le economie dipendenti dagli idrocarburi. Il timore, peraltro già tangibile, è quello di una paralisi di una delle principali arterie del commercio mondiale, considerato che proprio lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare lungo circa sessanta chilometri e largo trenta che separa l'Iran dall'Oman, rappresenta un passaggio obbligato per circa un quarto della produzione mondiale di greggio, e la sua chiusura equivarrebbe a un boicottaggio energetico di proporzioni globali.
L’effetto domino sulle materie prime e la vulnerabilità europea
La reazione a catena innescata dalle parole del ministro qatariota non si è limitata ai soli future sul greggio, ma ha contagiato l’intero comparto delle materie prime e, di riflesso, i titoli di Stato e le valute. Il Wti, il greggio leggero americano, ha puntato dritto verso quota ottantanove dollari, mentre il gas naturale, in particolare quello quotato ad Amsterdam, ha mostrato nuovamente forti tensioni rialziste, riflettendo le preoccupazioni per la sorte degli impianti di liquefazione e per la sicurezza delle rotte marittime. L’Unione Europea e l’Italia, va sottolineato, figurano tra i soggetti più esposti a questo genere di turbolenze, vista la loro dipendenza dalle importazioni di gas liquefatto e la fragilità di un tessuto produttivo, come quello manifatturiero italiano, che potrebbe soffrire in modo drammatico sia per il caro-energia sia per un'eventuale interruzione delle catene di approvvigionamento. Se a questo quadro si aggiungono i dati sul mercato del lavoro americano, risultati peggiori delle attese e tali da riaccendere il dibattito su un possibile ritorno della stagflazione, si comprende perché gli investitori stiano abbandonando in massa i settori ciclici per rifugiarsi in quelli legati alla difesa e all'energia, gli unici a registrare performance positive in un mare di ribassi.




