Borse e titoli di Stato tornano a fare i conti con lo spettro della stagflazione globale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tentativo di rimbalzo registrato nelle prime battute di aprile, per quanto incoraggiante sulla carta, non è riuscito a dissipare i timori di fondo che serpeggiano tra gli investitori. Sotto la superficie di mercati che provano a recuperare terreno – spinti talvolta da flebili speranze di tregua – lo spettro della stagflazione torna ad affacciarsi con crescente insistenza, alimentato da tensioni geopolitiche ormai croniche e da segnali provenienti dalle materie prime che appaiono sempre più minacciosi. La fluidità con cui si muovono oggi i capitali, spesso in preda a quella che gli analisti definiscono “volatilità nervosa”, racconta di un equilibrio che si è incrinato nel giro di poche settimane: da un lato i listini azionari faticano a trovare una direzione, dall’altro i rendimenti obbligazionari salgono in modo trasversale, segnando una rottura con le tradizionali dinamiche di diversificazione del rischio.

Le analogie con il passato e il ruolo del petrolio

È vero che ogni crisi fa storia a sé, e questo vale ovviamente anche per le crisi energetiche e i cosiddetti shock petroliferi che hanno costellato gli ultimi cento anni. E tuttavia ci sono analogie strutturali che colpiscono non meno delle differenze. Negli ultimi cento anni, tutte le grandi crisi petrolifere – quella del 1973, quella del 1979, e quella odierna – hanno sempre visto un ruolo centrale di tre attori: gli Stati Uniti, Israele, e i paesi del Medio Oriente. Oggi il prezzo del Brent oscilla pericolosamente sopra la soglia dei 110 dollari al barile, spinot da un conflitto che ha di fatto interrotto le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. Un’impennata che gli economisti di centri studi internazionali hanno subito ricondotto a uno shock dal lato dell’offerta, quello stesso meccanismo che negli anni Settanta generò code ai distributori e un’inflazione a doppia cifra. La differenza, forse l’unica consolazione per i policy maker, risiede nella maggiore diversificazione delle fonti odierne; ma il dato oggettivo resta una stretta energetica che rischia di far deragliare l’attività economica proprio mentre i prezzi al consumo ripartono al rialzo.

L’incubo per le banche centrali e il crac della correlazione

Per le autorità monetarie, questo scenario di inflazione elevata accompagnata da crescita stagnante rappresenta un incubo peggiore di una semplice recessione. La ragione è tecnica prima ancora che politica: se alzi i tassi per raffreddare i prezzi, rischi di uccidere del tutto un Pil già anemico; se li mantieni accomodanti per sostenere l’occupazione, permetti all’inflazione di radicarsi. I mercati, da parte loro, hanno già smesso di attendere indicazioni univoche. La correlazione mobile a 30 mesi tra gli indici azionari S&P 500 e i Treasury USA, va ricordato, è positiva da oltre tre anni, spesso superiore a +0,5: un segnale inequivocabile che il tradizionale rapporto di compensazione tra azioni (rischio) e bond (sicurezza) si è rotto. E quando la politica monetaria torna a dominare le dinamiche di portafoglio – come sta accadendo in queste settimane con le aspettative sui tassi della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea che hanno subito una brusca inversione a U – non ci sono più veri porti sicuri.

L’Italia, la risalita dello spread e la fragilità strutturale

A pagare il prezzo più alto di questo cambio di fase è, come spesso accade, il paese più indebolito dal punto di vista strutturale. L’Italia, che già sconta un tasso di crescita tendenziale tra i più bassi d’Europa, si trova ora esposta a uno choc energetico che rischia di azzerare del tutto il Pil. Lo spread tra Btp e Bund, dopo essersi miracolosamente contratto fino a sfiorare i 60 punti base all’inizio dell’anno, è risalito con violenza verso la soglia critica dei 90 punti, mentre il rendimento del decennale italiano ha ripassato la soglia psicologica del 4%. I mercati, spiega chi osserva questi numeri da vicino, sono nervosi perché sanno bene che non tutti i paesi dell’Eurozona hanno lo stesso spazio fiscale per contrastare una crisi energetica prolungata. E se la guerra dovesse continuare, con il prezzo del greggio stabilmente ancorato sopra i livelli pre-conflitto, quel rischio di stagflazione conclamata potrebbe tramutarsi in una realtà ben più dura da governare rispetto alla semplice “fiammata” inflazionistica che molti davano per scontata fino a poche settimane fa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.