La crisi in Iran e lo spettro della stagflazione, l’allarme di Dombrovskis e la richiesta di Giorgetti: “Servono misure Ue straordinarie sui prezzi dell’energia come nel 2022”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La durata del conflitto in Iran e la sua estensione regionale rappresentano, per l’economia dell’Eurozona, il vero coefficiente di rischio attorno al quale si costruiscono gli scenari pessimistici degli analisti e le preoccupazioni dei ministri finanziari. Riuniti a Bruxelles per l’Eurogruppo, i rappresentanti dei Ventisette hanno dovuto confrontarsi con una variabile inaspettata solo poche settimane fa, quando le previsioni di crescita, seppur modeste, lasciavano intravedere una fase di stabilità. Valdis Dombrovskis, commissario Ue all’Economia, è stato piuttosto chiaro nell’esporre la natura duale del possibile impatto: se le ostilità dovessero esaurirsi in tempi brevi, con danni circoscritti, le conseguenze sui mercati potrebbero rivelarsi contenute; l’ipotesi opposta, quella di una crisi prolungata, rischierebbe invece di esporre il sistema globale a uno shock di natura stagflazionistica. Il termine, che riecheggia gli incubi degli anni Settanta, indica una combinazione perversa di stagnazione della produzione e accelerazione dell’inflazione, un mix che metterebbe a dura prova la capacità di reazione delle banche centrali, da sempre chiamate a scegliere se colpire il rincaro dei prezzi o sostenere la crescita. Dombrovskis ha messo in guardia da possibili attacchi persistenti alle infrastrutture energetiche nel Golfo o da interruzioni delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una percentuale compresa tra il venti e il venticinque per cento del petrolio mondiale, e le cui turbolenze avrebbero ripercussioni immediate sull’intera catena di approvvigionamento.
La posizione italiana e l’affondo di Giorgetti: l’urgenza di intervenire sui prezzi
Nel corso della discussione, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha portato all’attenzione dei colleghi europei la specifica vulnerabilità del tessuto produttivo italiano, un’economia manifatturiera per definizione e particolarmente esposta alle oscillazioni del costo delle materie prime. L’Italia, ha fatto sapere il ministro attraverso fonti del Mef, non ritiene che per l’Europa nel suo complesso si siano già materializzate le condizioni per dichiarare lo stato d’emergenza, ma ha comunque sollecitato una riflessione immediata sull’adozione di strumenti straordinari, sul modello di quelli varati nel 2022 per fronteggiare il caro-energia seguito all’aggressione russa dell’Ucraina. Il ragionamento di Giorgetti, che appare lineare nella sua preoccupazione, si fonda sulla necessità di intervenire prima che l’aumento dei prezzi energetici, già visibile sui mercati all’ingrosso di gas e petrolio, si trasferisca a cascata su tutti i beni di consumo, innescando quella spirale inflazionistica che due anni fa aveva eroso il potere d’acquisto di famiglie e imprese. Il riferimento al blocco delle quotazioni, o comunque a misure che possano “stoppare” la corsa dell’energia, mira a scongiurare la ripetizione di una dinamica che l’Italia ha vissuto con particolare intensità, complice una dipendenza dalle importazioni che la colloca in una posizione di fragilità strutturale all’interno del panorama unionale.
I meccanismi dello shock: prezzi del gas, petrolio e le catene logistiche sotto stress
Il quadro che si delinea, analizzando le comunicazioni della Commissione e le valutazioni degli istituti di ricerca, è quello di un sistema economico globale colpito su più fronti contemporaneamente. Da un lato, la chiusura di fatto o il pericolo di attacchi nel raggio d’azione dello Stretto di Hormuz non riguarda solo il petrolio, ma anche una quota significativa del commercio di gas naturale liquefatto, con il Qatar che ha dovuto confrontarsi con un blocco produttivo che ha sottratto al mercato volumi ingenti di GNL, facendo schizzare le quotazioni del TTF olandese, benchmark per l’Europa, verso livelli che non si registravano da tempo. Dall’altro lato, le compagnie di navigazione iniziano a ricalcolare le rotte, evitando il Mar Rosso e il Canale di Suez per privilegiare il periplo dell’Africa, una deviazione che allunga i tempi di consegna, aumenta i costi di trasporto e assicurativi e introduce un ulteriore elemento di frizione in un commercio internazionale già provato dalle tensioni degli anni passati. Questa componente logistica, come sottolineato da alcune analisi, rischia di alimentare l’inflazione anche al di là della pura componente energetica, andando a gravare sui prezzi dei beni di consumo importati e dei fertilizzanti, con inevitabili ricadute sul settore agricolo e, conseguentemente, sul costo degli alimentari. La combinazione di questi fattori – energia più cara, trasporti più lenti e costosi, incertezza geopolitica – costituisce il brodo di coltura ideale per quello shock stagflazionistico paventato da Dombrovskis.
L’incertezza sulle risposte e il monitoraggio del G7 Finanze
In questo clima di crescente apprensione, i ministri dell’Eurogruppo hanno preso atto della situazione, ma le soluzioni concrete appaiono ancora in fase di definizione. Dombrovskis ha accennato alla possibilità di ricorrere al rilascio coordinato delle riserve petrolifere strategiche, un’opzione già sperimentata in passato per calmierare i prezzi in caso di shock improvvisi dell’offerta, ma la decisione finale richiede un coordinamento che, per ora, si è limitato a un incontro virtuale dei ministri finanziari del G7. La Francia, che ha assunto un ruolo propositivo nel dibattito, ha confermato l’intenzione di mantenere alta l’attenzione nelle prossime settimane, convocando riunioni aggiuntive se necessario, ma senza per ora varare misure vincolanti. Parallelamente, si discute della necessità di preservare l’autonomia strategica dell’Europa in materia di pagamenti e valute, un tema che il conflitto in Iran rende improvvisamente più urgente, ma che appartiene a un orizzonte temporale più lungo rispetto all’emergenza immediata rappresentata dalle bollette di luce e gas che già iniziano a salire per consumatori e imprese. La discussione, insomma, si muove su due binari distinti: da una parte la gestione dell’emergenza a breve termine, con la pressione italiana per un intervento muscolare sui prezzi; dall’altra la riflessione strutturale su come ridurre la dipendenza energetica europea da aree geopoliticamente instabili, un obiettivo che la crisi attuale rende più che mai prioritario, ma la cui realizzazione richiederà tempo e investimenti ingenti.




