Borse e titoli di Stato, il rimbalzo non cancella lo spettro della stagflazione globale
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Redazione Economia
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Il tentativo di rimbalzo registrato sui listini nei primi giorni di aprile, per quanto visibile, non è riuscito a dissolvere quel velo di pessimismo che continua ad avvolgere le scelte degli investitori. Sotto la superficie di un mercato che prova a recuperare terreno – aggrappandosi a timidi segnali di tregua – lo spettro della stagflazione torna ad affacciarsi con una insistenza che non si vedeva da mesi, alimentato da due forze distinte ma convergenti: da un lato le tensioni geopolitiche che tengono il mondo col fiato sospeso, dall’altro segnali sempre più chiari provenienti dal fronte delle materie prime, dove il prezzo del petrolio si è stabilizzato su livelli capaci di erodere silenziosamente il potere d’acquisto e di mettere in crisi le catene di approvvigionamento globali.
Le radici storiche dello shock energetico e i tre attori ricorrenti
È vero, ogni crisi fa storia a sé – e questo vale ovviamente anche per i drammi energetici e i cosiddetti shock petroliferi – eppure, scavando nel lungo periodo, emergono analogie che colpiscono non meno delle profonde differenze strutturali. Negli ultimi cento anni, tutte le grandi crisi petrolifere, dalla guerra del Kippur del 1973 alla rivoluzione iraniana del 1979 fino a quella che stiamo vivendo oggi, hanno sempre visto un ruolo centrale, quasi una maledizione ricorrente, per tre attori: gli Stati Uniti, Israele e i paesi del Medio Oriente. Un triangolo di ferro che, quando va in cortocircuito, manda in tilt l’economia globale. Oggi, a rendere il quadro ancora più insidioso, ci sono le incognite legate alla risposta delle banche centrali: bloccate tra la necessità di sostenere una crescita che rallenta e il dovere morale di domare un’inflazione che l’energia cara risveglia dai suoi letargo.
L’ultimatum di Trump e la strategia del caos sullo Stretto di Hormuz
A tenere le borse con il fiato sospeso, in queste ore, è soprattutto la situazione incandescente in Medio Oriente. Il presidente Donald Trump ha dato all’Iran tempo fino a martedì per riaprire lo Stretto di Hormuz – quel passaggio strategico da cui transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di greggio – pena attacchi devastanti alle sue centrali elettriche e alle infrastrutture civili. L’Iran, dal canto suo, ha respinto al mittente le ultime minacce arrivate da Washington; Teheran ha fatto sapere che la via navigabile tornerà completamente operativa solo dopo che avrà ricevuto un congruo risarcimento per i danni causati dalla guerra, mentre nel corso del fine settimana ha continuato a sferrare attacchi mirati in tutto il Golfo Persico, colpendo persino il quartier generale petrolifero del Kuwait. Un’escalation che ricorda per certi versi le dinamiche della guerra per procura, dove ogni attacco diventa una pedina in una partita a scacchi dai contorni ancora indefiniti.
La resilienza militare di Teheran e i tre scenari sul tavolo
Mentre, dopo le recenti valutazioni dell'intelligence statunitense diffuse dalla Cnn, le capacità militari residue di Teheran sono al centro del dibattito tra gli analisti della sicurezza, si delineano tre possibili scenari generali riguardo all'evoluzione della guerra intrapresa contro l'Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele. Secondo queste ultime stime, elaborate dopo un mese di conflitto aperto, circa la metà dei lanciatori di missili dell'Iran risulta ancora perfettamente intatta e, cosa ancora più preoccupante per il Pentagono, Teheran ha ancora a disposizione migliaia di droni d'attacco a basso costo. Questa resilienza, che molti strateghi occidentali avevano sottovalutato nelle fasi iniziali del conflitto, impedisce di fatto qualsiasi ipotesi di una vittoria lampo e costringe gli alleati a valutare con cautela i prossimi passi, in un contesto dove l’errore di valutazione è sempre dietro l’angolo.




