Lo stretto di Hormuz e l'incubo petrolifero che agita i mercati
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Redazione Economia
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I mercati finanziari hanno aperto la settimana con un nervosismo palpabile, mentre l’ombra di un conflitto più ampio in Medio Oriente si allunga sui prezzi del greggio. Gli Stati Uniti, dopo i recenti raid iraniani su Israele, hanno risposto bombardando tre siti nucleari in Iran, innescando timori di un’escalation che potrebbe coinvolgere lo stretto di Hormuz, arteria vitale per il commercio globale di idrocarburi.
Quel braccio di mare, largo appena una cinquantina di chilometri, collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, ed è attraversato ogni giorno da circa un quinto del petrolio mondiale. Se l’Iran decidesse di chiuderlo – minaccia più volte evocata da Teheran in passato – le conseguenze sarebbero immediate: i prezzi del greggio, già saliti dello 0,7% a 73,36 dollari al barile, potrebbero impennarsi fino a sfiorare i 100 dollari, secondo alcune proiezioni.
Non è un caso che Trump, da sempre attento alle dinamiche energetiche, stia monitorando la situazione con particolare apprensione. Lo stretto di Hormuz è circondato da paesi la cui economia poggia quasi interamente sugli idrocarburi: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Qatar, Iraq e lo stesso Iran, che controlla parte delle sue coste. Un blocco, anche parziale, metterebbe in crisi le rotte commerciali, con ripercussioni a catena sui trasporti marittimi e persino sul mercato delle criptovalute, sempre più sensibile alle turbolenze geopolitiche.
Teheran, dal canto suo, ha dichiarato di valutare «tutte le opzioni» per rispondere agli attacchi americani, lasciando intendere che la chiusura dello stretto non sia uno scenario remoto. Se ciò accadesse, gli effetti si propagherebbero ben oltre il Medio Oriente, investendo un’economia globale già fragile. Intanto, gli analisti chiamano già "sindrome di Hormuz" l’ansia che sta contagiando i trader, mentre il prezzo del gas naturale – altro bene strategico che transita da quelle acque – inizia a mostrare segnali di tensione.




