Lo stretto di Hormuz, l’arteria energetica che tiene in ansia i mercati globali
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Redazione Esteri
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Tra Iran e Oman, lo stretto di Hormuz – largo appena 33 chilometri – è uno snodo cruciale per gli equilibri energetici mondiali. Ogni giorno vi transitano tra i 17 e i 19 milioni di barili di petrolio, pari a un quinto della domanda globale, e oltre il 25% del gas naturale liquefatto, proveniente principalmente dal Qatar. Numeri che spiegano perché qualsiasi tensione in quell’area scateni immediatamente reazioni a catena sui mercati.
L’escalation tra Iran e Israele, con il successivo intervento degli Stati Uniti, ha riacceso i timori per una possibile chiusura del corridoio marittimo. Teheran, del resto, ha più volte evocato questa minaccia, anche se la sua attuazione concreta rimane incerta. «In una fase così instabile, è difficile prevedere le mosse dell’Iran», osservano gli analisti, mentre gli investitori reagiscono con nervosismo alle fluttuazioni dei prezzi del greggio, saliti dopo il recente crollo.
Se una chiusura dello stretto avrebbe effetti devastanti sul petrolio, il gas naturale liquefatto (GNL) sarebbe ancora più esposto. Il Qatar, principale esportatore mondiale, dipende quasi interamente da questa rotta, e un blocco paralizzerebbe le forniture verso Europa e Asia. Le conseguenze si ripercuoterebbero anche sull’Italia, dove molte PMI, già sotto pressione per i rincari energetici degli ultimi anni, potrebbero trovarsi ad affrontare nuovi shock sui costi.
Intanto, la guerra aerea tra Israele e Iran ha aggiunto un ulteriore strato di complessità al quadro mediorientale. Sebbene il cessate il fuoco abbia portato una tregua momentanea, i mercati restano in allerta, consapevoli che un nuovo scontro potrebbe riaccendere la volatilità. Senza contare che Washington, con Trump nuovamente alla Casa Bianca, potrebbe adottare misure ancora più decise, complicando ulteriormente gli equilibri regionali.




