Falcone e Borsellino, la verità violata: il caso delle interviste false sulla separazione delle carriere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’operazione, che ha dell’incredibile per sofisticazione e spregiudicatezza, ha preso di mira due pilastri della giustizia italiana, le cui voci, ormai consegnate alla Storia, sono state stravolte e piegate a una narrazione contraria ai fatti accertati. Si è diffusa, infatti, attraverso alcuni media, l’attribuzione a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di dichiarazioni mai rilasciate, le quali, secondo questa ricostruzione, li vedrebbero schierati contro il principio della separazione delle carriere magistratuali. Una falsificazione che, come è emerso dalla verifica degli archivi televisivi e giornalistici, non regge al più elementare controllo: Paolo Borsellino, ad esempio, non era nemmeno presente nella puntata del programma "Samarcanda" del 23 maggio 1991 alla quale si fa riferimento, mentre l’intervista a Giovanni Falcone, che sarebbe apparsa su "Repubblica" il 25 gennaio 1992, semplicemente non esiste. Un meccanismo, questo, che sembra riflettere un antico adagio della propaganda, riassumibile nell’idea che, quando non si può convincere il pubblico con la verità, lo si possa confondere con il falso.

La trappola delle citazioni inesistenti

La risonanza di queste falsità è stata amplificata dal loro ripetersi in diverse sedi mediatiche, dal quotidiano "Il Fatto Quotidiano" fino a trasmissioni televisive di approfondimento come "Otto e Mezzo", "Piazzapulita" e "DiMartedì" su La7. È proprio in quest’ultima trasmissione, condotta da Giovanni Floris, che la vicenda ha conosciuto uno dei suoi episodi più paradossali. Il procuratore Nicola Gratteri, intervenuto nel talk show, ha citato quella stessa intervista inesistente a Falcone per avvalorare la propria posizione contraria alla separazione delle carriere, dimostrando, suo malgrado, come una notizia infondata possa permeare anche ambienti specialistici, sebbene le reali posizioni del giudice siciliano fossero, come è noto, diametralmente opposte e ampiamente documentate.

Le reazioni politiche e il richiamo alla deontologia

Di fronte a questa manipolazione della memoria, le reazioni dal mondo politico non si sono fatte attendere. Il deputato di Fratelli d’Italia, Palombi, ha parlato esplicitamente di una campagna di disinformazione che ricorda metodi propri della propaganda, denunciando con forza la necessità di difendere la verità storica sull’operato dei due magistrati. L’episodio, definito senza mezzi termini come una "brutta storia" e una "pessima pagina di giornalismo", ha spinto il centrodestra a chiedere un chiarimento, ponendo al contempo una domanda cruciale sul ruolo dell’Ordine dei giornalisti in casi di così evidente violazione deontologica.

L’importanza degli archivi e l’eredità dei fatti

Ciò che rimane, al di là delle polemiche immediate, è la constatazione di quanto sia fragile la barriera che separa l’informazione dalla manipolazione quando vengono meno il rigore della verifica delle fonti e il rispetto per la storia. L’unico argine credibile a queste distorsioni risiede, infatti, nella consultazione degli archivi, i quali, in questo caso, hanno smentito in maniera inequivocabile l’esistenza delle dichiarazioni attribuite ai due eroi dello Stato. Trascinarne la figura in un dibattito attuale, alterandone il pensiero, rappresenta un oltraggio alla loro eredità e un pericoloso precedente per il discorso pubblico, che rischia di appiattirsi su un confronto tra narrazioni, anziché fondarsi sulla solida base dei fatti accertati.

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