Incidente aereo in India: le ultime parole del pilota e il mistero dell’unico sopravvissuto
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Redazione Esteri
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Mentre i soccorritori continuano a setacciare i detriti del volo Air India precipitato il 12 giugno scorso ad Ahmedabad, è stata recuperata la seconda scatola nera, quella che conserva le registrazioni della cabina di pilotaggio. Tra i dati emersi, le ultime parole del comandante Sumeet Sabharwal, pronunciate pochi istanti prima dello schianto che ha ucciso 241 persone. «Non rispondono… niente spinta», avrebbe detto, riferendosi ai motori, in un frammento di comunicazione che alimenta i sospetti su un doppio guasto simultaneo dei propulsori GEnx del Boeing 787.
L’ipotesi, ancora da confermare con l’analisi completa dei registratori, è che entrambi i motori abbiano smesso di funzionare quasi in contemporanea, forse già durante la rincorsa in pista, quando l’aereo aveva superato la velocità che avrebbe permesso un’interruzione del decollo. Un malfunzionamento che, se verificato, riaprirebbe il dibattito sulla sicurezza dei Dreamliner, già sotto scrutinio dopo altri due casi sospetti in pochi giorni. Tra questi, un volo Hong Kong-Delhi rientrato d’emergenza per un «problema tecnico», durante il quale il pilota aveva comunicato l’intenzione di tornare indietro con tono concitato.
Tra le macerie, però, c’è una storia che sfugge alla logica: quella di Vishwash Kumar Ramesh, il passeggero del sedile 11A, unico sopravvissuto. Le immagini diffuse dai soccorsi lo mostrano mentre si allontana dalla carcassa in fiamme, sorretto da un uomo che lo trascina via prima che le esplosioni inghiottano il velivolo. Come abbia fatto a salvarsi, mentre tutti gli altri perivano, resta un enigma. C’è chi ipotizza che la sua posizione in cabina — forse vicina a un’uscita o a una zona meno colpita dall’impatto — abbia giocato un ruolo decisivo, ma le indagini dovranno chiarirlo.




