Israele, la crisi sugli ultraortodossi trascina Netanyahu verso le elezioni anticipate

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, che ormai da tempo regge su equilibri precari, si trova ora ad affrontare quella che appare come la resa dei conti definitiva con i propri alleati storici. È la questione, sempre irrisolta, dell’esonero dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose – gli ebrei ultraortodossi, gli Haredim – a innescare la miccia che potrebbe far saltare l’esecutivo. I partiti ultraortodossi, contrari a un inasprimento delle norme sulla leva che riguarderebbe i loro giovani, hanno annunciato l’intenzione di votare la sfiducia al governo, un passo a cui è seguito a stretto giro di posta il deposito di un disegno di legge per lo scioglimento della Knesset. A presentarlo formalmente è stato il capogruppo della coalizione, Ofir Katz, con il placet di tutte le forze che sostengono Netanyahu, un’unità apparente che cela però crepe profonde.

L’iter parlamentare e il nodo della data elettorale

Il testo depositato dalla coalizione, sebbene rappresenti un atto concreto verso il voto anticipato, non fissa ancora una data per le elezioni. Secondo quanto si legge nella proposta, sarà la Commissione parlamentare competente a decidere successivamente quando gli israeliani torneranno alle urne. Una procedura, questa, che lascia ancora margini di manovra, seppur ridotti, per eventuali colpi di scena. Tuttavia, la mossa dei partiti religiosi – che finora avevano garantito la sopravvivenza dell’esecutivo – appare come una frattura insanabile: essi protestano per il mancato accordo sulla legge che disciplina l’arruolamento dei giovani delle yeshivà. Senza il loro sostegno, la maggioranza che sostiene Netanyahu viene meno, e il premier si trova costretto a subire l’iniziativa politica altrui, pur rimanendo formalmente alla guida del Paese.

L’onta della leva militare e i sondaggi che inevitabilmente girano

La crisi in corso non è soltanto tecnica, ma affonda le radici in una questione sociale che da decenni lacera Israele: l’obbligo o meno per gli ultraortodossi di indossare la divisa, un tema che ha sempre messo in luce le profonde divisioni tra laicità e tradizione religiosa. Mentre Netanyahu cerca di tenere insieme i cocci, la sua posizione personale si indebolisce ulteriormente. I sondaggi, che come spesso accade in questi frangenti raccontano un’altra verità rispetto alla geografia parlamentare, lo danno ormai come secondo partito, superato dalla nuova coalizione di centro “Together/Yachad” (Insieme), l’alleanza costruita dai leader dell’opposizione Yair Lapid e Naftali Bennett. Un dato, questo, che fotografa un malcontento diffuso e che toglie ossigeno a un premier che pure conserva un nucleo duro di sostenitori personali.

L’Onu contro il tribunale speciale per i palestinesi

Nel bel mezzo di questa bufera politica interna, si inserisce un altro elemento di forte tensione internazionale. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Turk, ha chiesto l’abrogazione di una legge approvata solo due giorni fa dal parlamento israeliano. Il provvedimento, che istituisce un tribunale militare speciale, è destinato a processare quei palestinesi accusati di complicità nell’attacco del 7 ottobre 2023. La richiesta dell’Onu, che arriva mentre Israele è distratto dai propri dissidi interni, introduce un ulteriore livello di complessità: se da un lato lo stato ebraico rivendica il diritto di giudicare severamente gli imputati di gravi atti terroristici, dall’altro la comunità internazionale – attraverso la voce del suo massimo rappresentante per i diritti umani – vede in questa procedura d’eccezione un potenziale strumento per eludere le garanzie processuali fondamentali, chiedendone la cancellazione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.